Cinema News — 31 dicembre 2012

Alla fine della proiezione de La parte degli angeli resta una malinconia amarognola. La stessa che ci pervade ogniqualvolta che vediamo un film del regista inglese, che ha messo a soqquadro il XXX Torinofilmfestival per le note ragioni, dettate dalla solita coerenza verso gli sfruttati dalla classe padronale. Naturalmente questo film è stato depennato dalla programmazione del suddetto festival ma ora arriva il suo riscatto nella distribuzione normale. Non che c’è che ne fosse bisogno, visto che Cannes 2012 lo ha già glorificato, tributandogli il giusto riconoscimento. Loach ci mostra questa volta quattro pregiudicati ovvero Robbie, Rhino, Albert e Mo, intenti a rifarsi a vita a causa di fedine penali poco immacolate. La scintilla scocca quando gli amici cominciano a frequentare degustazioni di whiskey e dato che Robbie possiede un certo talento nel distinguere i liquori, lui e i suoi compari sono pronti ad occuparsi di distillerie clandestine. La strada che porta così questi emarginati ad incassare le sterline necessarie per il loro sostentamento è spianata, specie se si sigla un accordo con un collezionista trafficone.

Vivere nello stereotipo dei sobborghi avrebbe distrutto il loro equilibrio psicofisico e la creatività del sottoproletariato inglese. Il regista e il suo sceneggiatore di fiducia Paul Laverty aggirano l’ostacolo con l’alternativa della nuova attività, che diviene un meticoloso piano per la creazione di un universo parallelo. L’operazione “Don’t look back” prevede la rinuncia ad avere un’immagine consolidata per i nostri anti-eroi come collante del consenso sociale. La prima sfida si chiama trascolorare il noir nella commedia, così Robbie sfugge ai suoi giri loschi e consiste nel testare il pubblico, creando un universo dove borderline e pregiudicati in un cinema inglese fino al midollo come quello di Loach alzano la testa, il tutto maneggiato con classe. Puro populismo? No piuttosto il trionfo di un cinema diffidente e conservatore, che sa essere barricadero senza retorica e riflessioni sull’elaborazione esistenziale. Il regista sa sempre reinventare se stesso, anche se i suoi film sembrano tutti filmati nella stessa maniera , facendosi portavoce di istanze sociali e morali, senza fare mistero della stigmatizzazione delle ingiustizie ordite dalle istituzioni. Nel cinema, come nella vita.

Voto: 8

Fabio Zanello

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