Archivio film Cinema News — 16 novembre 2013

Titolo: La prima neve

Regia: Andrea Segre

Genere: Drammatico

Cast: Matteo Marchel, Jean-Cristophe Folly, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston

Anno: 2013

Durata: 104 min.

L’ultima prova di Andrea Segre, giovane regista già autore di alcuni docu-film come Io sono Li (2011) e Mare chiuso (2012), si intitola La prima neve. Presentato alla mostra cinematografica di Venezia (sezione Nuovi Orizzonti), ha attirato una notevole attenzione da parte della critica rivelando la seguente tesi: un percorso alternativo ed efficace per superare il dolore è quello della condivisione del dolore stesso attraverso la sua dialogizzazione. Il modello di partenza, nel film, e nelle parole dello stesso regista a Venezia, è quello che è incarnato dai due protagonisti: ”un padre che non riesce a essere padre” (perché ha perso la moglie) e ”un figlio che non può più essere figlio” (perché ha perso il padre). L’adulto, privato delle sua compagna e dell’amore all’improvviso, si chiama Dani (Jean-Cristophe Folly), e sua moglie è morta di parto. Il nome del ragazzino invece è Michele (Matteo Marchel) e suo padre è morto in un incidente in montagna nel quale erano presenti lui e la madre. L’alzata d’ingegno di Segre, il quale, va ricordato, che è anche docente di sociologia, è stata quella di aver saputo dare ancora più veridicità alla tesi avvicinando due universi (quello dell’uomo e quello del bambino) abbastanza lontani tra di loro. Così facendo la possibilità di dialogo, di comunicabilità e di ”guarigione” dalla sofferenza saltano ancora di più all’occhio e toccano le corde dell’emotività.
Gli universi di Michele e Dani, e le riprese della natura
Dani è un africano originario del Togo che è arrivato in Italia ”via mare” dalla Libia (e il pensiero vola agli immigrati protagonisti di Mare Chiuso, ossia a quelli che non ce l’hanno fatta ad approdare sulle nostre coste), lavora da poco come operaio nel maso della famiglia di Michele, in attesa di un altro spostamento: quello verso Parigi.
Un maso, sì, perché il contesto geografico, sociale e culturale, infrequente per le ambientazioni cinematografiche, è quello della Val dei Mòcheni, in Trentino, il cui nome deriva dal tedesco machen, fare, che stava a indicare i lavoratori dai quali era, o è tuttora, abitato. Gente che vive in una valle isolata e chiusa.
E Dani non ha mai visto neppure la neve, oltre che quei paesaggi.
Le meravigliose inquadrature del sottobosco, degli alberi, e della natura in genere, rendono lo scenario co-protagonista, o, quanto meno, vero e proprio elemento attivo che calca, di rimando, gli stati d’animo dei due. Il passaggio dall’autunno all’inverno, e di parte del ciclo della vegetazione suggeriscono il ritmo della vita.
Dall’approccio diffidente e silenzioso, fase in cui si ci si sente ancora soli e senza speranza (e le inquadrature dal basso di quegli alberi la sanno lunga), si arriverà ai racconti aperti delle proprie esperienze e dei propri lutti, e finalmente si uscirà dal bosco (quando tutto sarà rivelato) e si cambia prospettiva: si va in alto a godersi, finalmente, quel panorama incantevole che le Alpi innevate possono offrire.
Anche se questo non è uno dei documentari di Segre, da regista sperimentale ha fatto recitare dei non attori (Jean-Cristophe Folly e Matteo Marchel non lo sono; così come tante altre persone che abitano quella valle e che si sono prestate per il film) proprio per perseguire quel suo impegno nel voler rendere la realtà, anche se arricchita di finzione, e nel voler raccontare qualcosa di suo, mantenendo elementi veri e genuini.
Elemento vero e genuino della Val dei Mòcheni, le cui tradizioni sono di origine soprattutto tedesca, è la fisarmonica. Gli stretti su Michele, mentre suona questo che è, per tradizione, l’unico strumento accompagnatore che si usa da quelle parti (tant’è che lo strumento viene chiamato anche semplicemente musica), vogliono sottintendere, sì, i suoi momenti di solitudine e di riflessione, ma indicano anche il suo avvicinarsi all’età adulta, e vanno a marcare gli altri eventi che compongono il suo personale delirio di esperienze adolescenziali, quali le ”ragazzate” coi compagni, oppure, e non da meno importante, la scoperta della madre a letto con un altro uomo.
La risoluzione
La parte finale del film è quella anticipata dal titolo: è immersa nella neve. La prima neve dell’anno e la prima neve nella vita di Dani. Il colore predominante, ovviamente, è il bianco, il colore della luce che va a consacrare il momento di confidenza tra i due, rendendo i loro sentimenti puri e sinceri. È il momento della verità e della ”prima” loro autenticità: finalmente non ci sono più segreti.


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