Titolo originale: The Girl on the Train

Genere: Drammatico

Regia: Tate Taylor

Sceneggiatura: Erin Cressida Wilson

Fotografia: Charlotte Bruus Christensen

Cast: Emily Blunt, Haley Bennett, Rebecca Ferguson, Justin Theroux, Luke Evans, Edgar Ramírez

Produzione: Marc Platt

Nazionalità: Stati Uniti

Anno: 2016

Durata: 112 minuti

Il passaggio da un’opera letteraria a una cinematografica – il delicato meccanismo della trasposizione, insomma, che da sempre divide critici e appassionati – è un processo delicato.

Le variabili in merito sono pressoché infinite: la buona resa finale dipende anche dalla narrazione di partenza, dalle sue caratteristiche, dalla perizia degli sceneggiatori, dallo sguardo del regista, dagli attori.

Si tratta, in ogni caso, di due oggetti semiotici completamente differenti, che si avvalgono ciascuno di un proprio specifico codice comunicativo. Per questo motivo, è consigliabile non giudicare un film con la pretesa – un assurdo ontologico – che assomigli in tutto e per tutto al romanzo che abbiamo appena letto: ne rimarremmo delusi, perché per quanto una pellicola possa risultare fedele contenutisticamente allo scritto da cui è tratta, rimane comunque un altro prodotto culturale, con la sua struttura e regole.

La ragazza del treno” di Tate Taylor – l’autore di “The Help” (2011) e del biopic “Get on Up – La storia di James Brown” (2014), sul celebre cantante di colore soprannominato TheGodfather of Soul – non fa, in questo senso, eccezione.

La pellicola, tratta dal bestseller di Paula Hawkins, è una buona trasposizione del romanzo originario, tesa a garantire allo spettatore una fedeltà di base ai punti nevralgici e agli snodi primari della storia che, nel complesso, riesce in effetti a raggiungere.

Il libro della Hawkins, peraltro, non è di facile resa sul grande schermo, per la complessità e intreccio dei piani narrativi, di tempi, luoghi e voci (tre donne: Rachel, la figura prevalente anche a livello simbolico, Megan e Anna).

Taylor riesce non solo a condensare la lunga e variegata trama del romanzo, ma anche a non perdersi nei meandri di un racconto che oscilla in continuazione tra passato e presente, tra piani illusori e reali, tra dati di fatto e ragionamenti teorici.

Una differenza capitale sta nel cambiamento d’ambientazione, da Londra a New York, ma questo non inficia minimamente le potenzialità e la suspence di un thriller che fonda il suo potere evocativo su di un viaggio allucinato e seducente nel mistero della personalità, della memoria, delle esperienze (anche sessuali, ma in senso freudiano) su cui ogni individuo costruisce la propria immagine.

Il cast di attori (le protagoniste femminili, in particolar modo, Emily Blunt-Rachel, Haley Bennett-Megan e Rebecca Ferguson-Anna) risultano particolarmente efficaci, non solo fisicamente, a incarnare un gruppo di personaggi verosimili e, nello stesso tempo, ad alto tasso di simbolicità, quali rappresentazioni di un conflitto tra i sessi non più sanabile e di una crisi profonda che attanaglia ogni uomo e ogni donna.

La ragazza del treno” – sia il romanzo che il film – non è soltanto un mistery teso, intrigante, originale perché prende il via da un assunto di partenza che è anche una domanda: che cosa significa vedere, quali sono le verità ma anche le ambiguità dello sguardo (quello dell’occhio sul mondo e, ancor più, quello cinematografico). E’ una singolare discesa agli inferi, in un oltretomba psicoanalitico dove si dibatte un femminile minato da nevrosi, stati depressivi, dipendenze da alcol e sesso, desiderio di maternità negato o ferito.

Il materno qui rappresentato (nel romanzo con voce più potente rispetto al film, vista anche la necessità di condensazione di quest’ultimo) ha grossi problemi nel nutrire e nell’accudire: a sua volta vittima dello stato di crisi e della folle irresponsabilità del maschio (i personaggi maschili sono tutti “deboli”: dal dott. Kamal Abdic, che non a caso è uno psicologo, allo Scott marito di Megan, per non parlare del Tom ex consorte di Rachel, perno narrativo “postumo” della vicenda), si fa veicolo di un amore ossessivo, che fagocita e uccide, se non fisicamente almeno a livello simbolico.

Entrambi attori e vittime di un incessante gioco al massacro, a uomini e donne non resta che continuare a rincorrere un equilibrio impossibile, prede di un odio cieco che non lascia spazio a speranze di redenzione.

Torna alla mente la terribilità dei rapporti tra i sessi raccontata da Marco Ferreri fra gli anni Sessanta e Settanta in due suoi film, “L’ape regina” e “L’ultima donna”. Non è cambiato molto, da allora.

 

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