Archivio film Cinema News — 30 gennaio 2014

Titolo: La Santa
Regia: Cosimo Alemà
Sceneggiatura: Riccardo Brun, Cosimo Alemà
Cast: Massimiliano Gallo, Francesco Siciliano, Gianluca Di Gennaro, Michael Schermi, Marianna Di Martino, Lidia Vitale, Renato Marchetti
Fotografia: Edoardo Carlo Bolli
Montaggio: Giulio Tiberti
Musiche: Andrea Farri
Produzione: Panamafilm, Rai Cinema
Distribuzione: Rai Cinema Channel
Nazionalità: Italia
Anno: 2013
Durata: 90 minuti

Quattro disperati del napoletano arrivano in una cittadina pugliese per tentare un colpo facile, il classico ”gioco da ragazzi”: rapinare (o rapire) la statua della santa protettrice. Il furto si trasforma in una efferatissima caccia al ladro, senza via di scampo.

Al netto di talune incertezze nella sceneggiatura, il secondo film di Cosimo Alemà, La Santa (2013), è riuscito non soltanto per l’uso sapiente del godardiano “girls and guns”, ma anche per l’efficacia con cui mette in scena l’ipocrisia di fondo che caratterizza gli abitanti del luogo. Ipocrisia che stravolge, rimescola e indigna. È grande la menzogna in cui sguazza le gente del posto: venerano la Santa, la portano in processione, affidano alle suore l’educazione dei figli – dappertutto, perfino al bar, campeggiano immagini di personaggi religiosi (Madre Teresa di Calcutta, l’immancabile Padre Pio…) – ma non si fanno problemi ad uccidere, né a insegnare ai bambini a sparare. Non a caso vengono citati i dieci comandamenti: Non nominare Dio invano, Non uccidere, Non commettere adulterio, Non rubare.
I rimandi al cinema, più o meno manifesti, sono abbondanti, e diversi sono i generi ai quali La Santa potrebbe essere ascritto. I rapinatori, dopo un primo tentativo di rocambolesca fuga in macchina, rimangono intrappolati all’interno di un paese che pare caduto dal letto alle prime luci dell’alba proprio per perpetrare (in altri casi facendo da testimone), senza distinzioni di sesso e di età, i brutali omicidi contro gli ”stranieri” che hanno avuto la poco fortunata idea di toccare la loro protettrice.
A tratti si respira la stessa angoscia dell’horror At the End of the Day (2011), primo film di Alemà. Braccati, come i soldati protagonisti di Fear and Desire di Kubrick (1953), e costretti a dividersi, i rapinatori dovranno vedersela ognuno per conto suo come in un gangster movie nel quale, però, i cattivi sono contrapposti ai cattivi, e non alla legge.
Il ricorrente cambio di fuochi nelle inquadrature a due, o negli scambi tra ambiente e protagonisti, suggeriscono l’ambiguità e l’incertezza dei loro pensieri e sul futuro: tutto risulta annebbiato. Il personaggio più approfondito è quello di Agostino (Massimiliano Gallo). A lui vengono affidati i discorsi sulla vita (”la vita è un branco di lupi che tiene in ostaggio le pecore. E ogni tanto ne sbrana una”), sulla religione e sulla famiglia. È l’unico, tra i quattro protagonisti, che rivela negli atteggiamenti e nei discorsi una coscienza precisa di ciò che sta succedendo e una, seppure infelice, maturità che culmina nella domanda persino troppo moderna, vista la caratura dei personaggi, sull’inutilità del tutto (”c’è qualcosa che serve a qualcosa?”).

Elementi preconizzanti di questa sorta di western all’italiana dei giorni nostri e della tragica fine che attende i personaggi sono presenti fin dalla prima scena: la macchina che avanza nella distesa della campagna pugliese (che ben si presta con il caldo, il frinire delle cicale e i cactus veri – paesaggio non troppo diverso dai nostri film girati in Almerìa) e, in primis, la volpe morta sul ciglio della strada. E nessuno di loro sa di andare incontro alla morte e di essere già come i morti viventi di Romero di cui loro stessi parlano. Il conto alla rovescia per quell’alba che si sta preparando è già iniziato.

 


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