Archivio film Cinema News — 12 aprile 2018

Regia: Emanuele Caruso

Interpreti: Viola Sartoretto, Giulio Brogi, Lorenzo Pedrotti, Orfeo Orlando, Mattia Sbragia, Cristian Di Sante, Paolo Manassero, Fabrizio Ferracane

Soggetto e sceneggiatura: Emanuele Caruso, Marco Domenicale

Fotografia: Cristian De Giglio

Montaggio: Ilenia Zincone, Emanuele Caruso

Musica: Remo Baldi

Scenografia: Jacopo Valsania

Costumi: Simone Oliveri

Produttore: Emanuele Caruso

Produttore esecutivo: Lucio Linaro

Casa di produzione: Obiettivo Cinema

Distribuzione: Obiettivo Cinema

Anno: 2018

Durata: 110′

In un momento storico in cui la rabbia è diventata una moneta di scambio importante, dedicare un film all’elevazione dello spirito in un rifugio ad alta quota, perseguito da una serie di personaggi castigati dalla vita e dalla società, è abbastanza disarmante.Ma Caruso dopo “E fu sera e fu mattina” (2014), vince nuovamente la scommessa critica e commerciale, non solo grazie al crowfunding, al sostegno della Film Commission piemontese, ad attori rinomati come Giulio Brogi e Mattia Sbragia, e ad un notevole spirito imprenditoriale , ma mettendoci di suo una poetica più che mai consolidata. Un regista che dimostra alla prova del nove, di non essere un fenomeno effimero.

E’ vero che non troviamo nessuna svolta nel mondo testuale e spirituale del regista albese, ma “La terra buona” è leggibile piuttosto come un apologo, acceso da un’idea semplice ma dall’impatto universale: Gea, ragazza dal nome evocativo, è una malata terminale di cancro che si rintana in una baita fra la Val Grande e la Val Maira, gestita da padre Sergio, dove si nascondono Mastro, un biologo alle prese con una cura sperimentale per la malattia,  ostracizzato dalla comunità medica, Rubio, uno strambo ex-pilota, il montanaro Gianmaria e Martino, l’amico disoccupato, complice della donna nella sua fuga dalla realtà. A dispetto delle premesse, il film di Caruso è fondato così sulla creazione. I protagonisti ne sono ossessionati, come in quel romanzo di JG Ballard intitolato “Il giorno della creazione” appunto, dove un dottore fa sgorgare un fiume sotterraneo dalle radici di un albero nell’Africa Centrale.

Come certi personaggi ballardiani questi reclusi in maniera volontaria, sono esploratori e sognatori che tentano di mandare avanti la casa e controllare a piacimento la biblioteca di Sergio, dove i volumi sono catalogati minuziosamente, per espanderla. L’attenzione per chi vive ai margini, filmata con una verità e un rispetto assai dolente, è una delle caratteristiche del cinema di Caruso, senza rinunciare ad  uno stile oscillante fra l’antropologia e il dramma umano con la cinecamera ad altezza uomo, senza disdegnare però panoramiche aeree con droni e flashforward.

Come ha scritto Bianca Pitzorno ci sono uomini-albero e uomini-uccello. I primi hanno radici profonde , non amano spostarsi, se ci sono costretti soffrono.. .I secondi hanno ali, una volta in grado di usarle, devono andare , sono felici solo se scoprono nuove parti del mondo. Le nuove parti del mondo sono per questi protagonisti gli scenari della Val Granda. Nelle dinamiche interpersonali ciò che traspare dal racconto, è anche un senso di stoicismo: l’infelicità ha un senso, il tempo non viene svalutato ma fornisce l’idea di un presente pieno, nonostante i due mesi di sconnessione totale dalla vita frenetica di tutti i giorni.

Con “La terra buona” il cinema di Caruso raggiunge un grado di pulizia e compiutezza estetico-formale davvero ammirevole, facendo definitivamente piazza pulita dei detriti filmici , che incrostavano la sua opera precedente, suggestiva certamente ma ancora acerba. Tornando al tema della creazione, Caruso tende a configurare un  mondo mai mutevole e corruttibile, poichè può aspirare all’eternità come Gea, Mastro, Rubio, Gianmaria, Sergio e Martino. Un mondo abitato da marginalità fuori dal comune, avvolte negli umori montani.  Qui si delinea una società senza più scopi, dove il massimo della creatività sarà coltivare la terra e preservare la cultura libresca, prima che finisca al rogo come in “Fahreneheit 451”, di fronte allo strapotere di Internet.

Non più la cattiveria umana praticata dagli abitanti della vicina frazione, ma solo una poetica dell’isolamento che trova in Caruso un profondo interprete e drammaturgo della coscienza randagia , dello sconfinamento e delle non appartenenze sociali.

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