Archivio film Cinema News — 23 ottobre 2013

Regia: Abdellatif Kechiche

Cast: Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Jérémie Laheurte, Sandor Funtek

Paese: Francia

Durata: 179′ Anno: 2013

Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, “La Vie d’Adèle” del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, approda nelle sale italiane con distribuzione Lucky Red. Il film, come suggerisce il titolo, racconta la vita di Adèle ( Adèle Exarchopoulos) una comune adolescente alle prese con i primi turbamenti amorosi, rivolti prima verso Thomas (Jérémie Laheurte) e poi verso Emma (Léa Seydoux). La protagonista vive una perenne inquietudine, scissa tra i suoi desideri e le aspettative degli altri. Questa incertezza non investe solo la sua sfera emotiva/sessuale ma anche quella sociale in quanto Adèle, proveniente da un ambiente piccolo borghese, rassicurante ma noioso, subisce la fascinazione di uno stile di vita più artistico e bohémienne. Storie di ordinaria confusione e di coming out adolescenziali, già viste in numerosi film degli anni ’90, i cui esempi più riusciti sono rappresentati da “All over me” di Alex Sichel e “Fucking Amal” di Lukas Moodysson. “La vie d’Adèle” tratto dal graphic novel “Le bleu est une couleur chaude” di Julie Maroh, ha suscitato diverse polemiche in occasione della sua uscita. Una ha interessato proprio l’autrice del fumetto che ha dichiarato di aver apprezzato il film di Kechiche ma di non aver ritrovato lo spirito originario del suo lavoro. Secondo lei le (lunghe) scene di sesso sono poco verosimili e lungi dal rispecchiare un autentico desiderio lesbico sono confezionate appositamente per un immaginario eterosessuale (voyeuristico). Successivamente le stesse protagoniste hanno dichiarato di essere state messe sotto pressione dal regista (molto esigente e meticoloso) e a volte di essersi sentite “usate”, nonostante per entrambe sia stata l’esperienza professionale più intensa e gratificante.

Gran parte della riuscita di “La vie d’ Adèle” è proprio da attribuire alla naturalezza della recitazione, in particolar modo a quella di Adèle Exarchopoulos, che appare sempre a suo agio in qualunque situazione. Merito della m.d.p di Kechiche che è riuscita a coglierla nella sua più profonda autenticità. Ma forse l’impresa più ardua del regista è stata quella di trasformare un’attrice come Léa Seydoux, stella nascente del cinema francese mainstream (nipote del presidente della casa di produzione Pathé), in una credibile pittrice lesbica underground. L’unica scelta registica opinabile è la durata di tre ore, un tempo che pur non risultando noioso appare esagerato rispetto alla semplicità del soggetto.

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