Archivio film Cinema News — 17 Maggio 2020

“Qualunque esperienza è meglio di nessuna esperienza” dice Rooney Mara nei primi minuti di Song to Song, frase che condensa un pò la filosofia filmica del suo autore.

Terrence Malick è il padre americano di un cinema animista, fatto di voci nel tempo sospinte dal sussurro della natura. Il suo rigore ascetico e anticommerciale gli ha fatto produrre quattro opere nell’arco di 32 anni, di cui La sottile linea rossa resta senza dubbio il suo capolavoro compiuto.

Successivamente la sua poetica si è fatta sempre più eterea e sfuggente, persa nella costante ricerca di nuove possibilità espressive senza tradire una personalissima visione di cinema e di mondo, e per questo motivo si è creata una discrepanza tra forma e contenuto in cui la prima continua il suo gioco ammaliante di perfezione e bellezza, mentre il secondo è diventato una sorta di Weltanschauung ridondante.

La vita nascosta – Hidden Life, rappresenta il ritorno a un approccio più ragionato ed equilibrato nei confronti dell’esperienza cinematografica malickiana, focalizzando il concetto di unione e del progressivo sgretolamento della stessa. L’unione diventa un concetto chiave di portata universale, rappresentando l’accoppiamento tra uomo e donna, uomo e natura, uomo e ideologia. Il rapporto uomo-donna è già evidente nei primi film, La rabbia giovane e i Giorni del cielo, i quali raccontano in chiave mitopoietica il completamento tra maschile e femminile nella propria libertà di azione(anche omicida), mentre il rapporto uomo-natura abbracciando l’intera filmografia si fa discorso filosofico, attraverso il quale l’autore costituisce il monologo interiore dei suoi personaggi.

L’incontro tra uomo e ideologia, affacciatosi già in To the wonder, si rende veramente manifesto solo con Hidden life.

 Malick partendo dalla reale vicenda di un obiettore di coscienza austriaco che si è fatto martire per non piegarsi al pensiero hitleriano, ha elaborato un’opera cristologica non troppo distante a livello etico-ideologico da Silence di Scorsese, sostituendo la violenza grafica con la lenta consunzione fisico-morale del protagonista il quale decide spontaneamente di creare una cesura netta con la propria famiglia, la propria terra e darsi alla morte per sostenere fino in fondo una causa.

Ecco che il senso di struggimento per il ricordo di un passato felice diventa una sorta di Paradiso promesso, una memoria che si fa lentamente  opaca  per aprirsi a luminoso aldilà.

La falciatura nei campi, la raccolta del grano, un monumentale cielo montano, sono quadri grandangolari fotografati da  Jörg Widmer con formidabile senso liturgico, in piena contraddizione con quelli di Song to Song che palesavano la volatile esperienza alla ricerca di un significato.

Malick dopo aver osato l’esperienza immersiva a ogni costo, in piena estasi new age, decide di ri-scolpire la propria forma cinematografica nella carne ideologica, che lo struggente tema musicale composto da James Newton Howard tende a gonfiare rischiando a più riprese il cosiddetto polpettone apologetico.

Ma la semplicità di sguardo, non più affusolata nel manierismo sperimentale in una cocciuta ricerca di film-mondo, ne fa un’opera limpida e necessaria capace di opporre una visione spoglia e francescana a una facile banalizzazione ecumenica.

August Diehl e Valerie Pachner regalano un’interpretazione intensa, come vittime di una povera patria dilaniata dal conflitto morale.

Bruno Ganz saluta e se ne va, spettro di un cinema senza resurrezioni.

voto: 8

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *