Archivio film Cinema News — 10 giugno 2017

Titolo: Lady Macbeth

Regia: William Oldroyd

Sceneggiatura: Alice Birch

Cast: Florence Pugh (Katherine), Cosmo Jarvis (Sebastian), Paul Hilton (Alexander), Naomi Ackie (Anna), Christopher Fairbank (Boris), Anton Palmer (Teddy)

Fotografia: Ari Wegner

Scenografia: Jacqueline Abrahams

Produzione: Fodhia Cronin O’Reilly

Nazionalità: Gran Bretagna

Anno: 2016

Durata: 88 minuti

Tenetelo d’occhio, questo regista. Si chiama William Oldroyd, è inglese e finora aveva fatto solo regia teatrale. Lady Macbeth è il suo debutto sul grande schermo, ed è un capolavoro che rasenta la perfezione, premiato ai festival di Zurigo e di San Sebastian, e presentato anche a Torino e a Toronto. Ispirato al romanzo di Nikolaj Leskov Lady Macbeth del Distretto di Mcensk – a sua volta influenzato dall’opera shakespeariana – racconta una storia che è stata trasposta in un ignoto luogo del nord dell’Inghilterra, dove le brughiere sferzate dal vento si estendono a perdita d’occhio in un paesaggio che è malinconico e solitario.

Siamo nel 1865. Un’adolescente diciassettenne, Katherine (Florence Pugh), viene data in moglie a un uomo molto più vecchio di lei, Alexander (Paul Hilton), che conduce una vita appartata con il padre vedovo Boris (Christopher Fairbank). Fin dai primi minuti, si coglie che la parola amore è e resterà sconosciuta fra i due sposi. La ragazza è stata ceduta dalla famiglia a un signorotto locale, che la considera come un oggetto di sua proprietà. L’unico scopo della neosposa è generare un erede alla famiglia, impresa che si rivela fin dall’inizio ardua, visto lo scarso interesse sessuale del marito nei suoi confronti.

Chiusa in un silenzio quasi totale, spezzato solo dalle scarne parole scambiate con la cameriera di colore Anna, che a fatica nasconde l’invidia e il disprezzo nei suoi confronti, Katherine ha uno sguardo fiero e ostinato, che lascia intuire una personalità decisa e sensuale. La ragazza non intende subire i maltrattamenti psicologici del marito e del suocero, che la vorrebbero rassegnata e confinata in casa. La vicenda che sfocerà in una catena di tragedie decolla quando il marito si assenta dalla villa e Katherine decide di dar sfogo a quanto gli ormoni dettano al suo giovane corpo. Si procura un amante, lo stalliere Sebastian (Cosmo Jarvis), e prende in mano il proprio destino, sfidando persino il burbero suocero.

Non vi diremo cosa accade in seguito in questo avvincente noir vittoriano, ma è sicuramente il personaggio femminile di Katherine a intrigare maggiormente lo spettatore. A differenza delle donne della sua epoca, sottomesse alla propria sorte in una società maschilista e oppressiva, Katherine non è disposta a subire. Man mano che la storia avanza, la ragazza diviene sempre più sicura di sé e come una spietata criminale impara a fingere, mentire, nascondersi, manipolare gli altri per ottenere i suoi obiettivi.

Malgrado sia evidente che, dietro a un’aria ingenua, la protagonista è priva di scrupoli morali, non si riesce a non provare simpatia, fino all’ultima scena, per questa Lady Macbeth di campagna, magistralmente interpretata da Florence Pugh, un’autentica rivelazione. Oldroyd è riuscito a ottenere il meglio dall’intero cast, ma la recitazione della giovane attrice britannica – non certo favorita da un film che è laconico quanto ai dialoghi – è veramente talentuosa. Anche i silenzi e i giochi di sguardi sanno essere eloquenti.

L’isolamento di Katherine è incarnato dall’assenza totale di relazioni femminili: nella villa è l’unica donna, a parte la servitù. La famiglia d’origine, come si può intuire, l’ha abbandonata. In una situazione di darwiniana lotta per la sopravvivenza, la ragazza non può che ricorrere a ogni astuzia per non soccombere. E come spesso accade nelle tragedie, basta un primo passo per finire una spirale dalla quale non si può o non si vuole più uscire.

Ottima la sceneggiatura di Alice Birch che, come il regista, proviene dal teatro. Ottantotto minuti senza alcuna sbavatura, che scorrono fluidi fino all’imprevedibile finale, catturando lo spettatore come in un thriller.

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