Regia: Hélène Cattet e Bruno Forzani
Cast: Elina Löwensohn, Stéphane Ferrara, Bernie Bonvoisin, Michelangelo Marchese
Fotografia: Manuel Dacosse
Nazionalità: Francia
Anno: 2017
Durata: 88 minuti

Il metodo cinematografico adottato dalla premiata ditta Cattet-Forzani lo definirei
di osservazione intrusiva, ovvero un post-cinema costituito da scampoli di visioni
rubate, violate e modificate percettivamente dallo sguardo dei due autori.

Occhi che spiano furtivamente o sguardi violati da uno sguardo esterno si fanno spazio
tra buchi, mirini, serrature e anfratti, a seconda del caso aguzzini o vittime di una
medesima colpa scopica.

Se Tarantino è un postmodernista e Onetti un filologo dell’immagine, l’approccio di
Forzani e Cattet al cinema di genere è semplicemente distruttivo. Il cinema brucia
attraverso la loro percezione retinica, disfandosi in pura e semplice materia.

Amer e L’étrange couleur des larmes de ton corps erano un altare di prova su cui
sacrificare il thriller nostrano, sbugiardarlo nei suoi suggestivi bric-à-brac e
donarci solo la cenere di un linguaggio morto.

Laissez Bronzer les cadavres è la loro opera matura, in cui vengono abbattuti persino i
limiti che separano non tanto un genere dall’altro ma un topos filmico da uno di segno e
contenuto diverso.

Tratto da un romanzo nero di Jean-Patrick Manchette, Laissez Bronzer les cadavres è
un polar che gronda sudore western(spaghetti) ad ogni close-up, smentendo la pietrosità
brulla del genere a cui occhieggia, forzandola, gonfiandola e facendola artisticamente
esplodere in una pastosità multicolore fin dalla prima sparatoria.

Sortita para-godardiana sui codici estetici ed espressivi dell’arte e la loro rapida
caducità visiva, l’opus n. 3 di Hélène Cattet e Bruno Forzani lavora su colori e forme,
vivificando i primi e sformando le seconde.
Certi totali su cieli, corsi d’acqua e insenature dai colori saturi, sembrano uscire da
Ashes of Time di Wong Kar-Wai, per la loro perdita di collocazione geografica e
morfologica, ridotti a poetiche astrazioni che amplificano la solitudine dei personaggi.

Pare un ossimoro ma in questo deserto filmico incarognito e bruciato dal sole si staglia
una profonda ombra romantica. Il nudo di donna ricoperto di polvere d’oro è una poetica
e definitiva messa a morte del dato oggettivo e reale, in un film in cui di realistico
resta solo la scansione del tempo narrativo in ore e minuti, su modello di Cleo dalle 5
alle 7.
Un capo d’opera in cui la superficie sfrigola come pelle marchiata a fuoco, mentre
l’anima si interpella sulla propria solitudine reietta. Il film sarà presentato in anteprima italiana al Tohorror 2018.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *