Cinema News — 06 ottobre 2012

TITOLO: L’Alba del pianeta delle scimmie

ANNO: 2011

DURATA: 105′

GENERE: Azione, Drammatico, Thriller

REGIA: Rupert Wyatt

CAST: James Franco, Tom Felton, Freida Pinto, Andy Serkis, Brian Cox, John Lithgow, Tyler Labine

TRAMA: Will (James Franco), giovane scienziato, sta cercando di sviluppare una cura per l’Alzheimer, creando un virus benigno capace di riparare i danni provocati dal morbo. Ma non tutto va per il verso giusto e quando la ricerca viene chiusa, Will decide di tenere con sé il figlio di una delle sue migliori cavie, lo scimpanzé Caesar. Ben presto le capacità cerebrali di Caesar cominciano ad evolversi a causa degli effetti del virus, fino a consentirgli di assumere il ruolo di leader di una rivolta contro gli uomini.

RECENSIONE: Alle radici di tutto c’è l’ambizione, orpello inscindibile della natura umana, il desiderio della scoperta, la volontà di spingersi oltre, calpestando con superbia ogni cosa si ponga tra l’iter e l’obiettivo da raggiungere; è la hybris, che è propria di ogni tiranno, che condiziona l’agire umano sin dalla notte dei tempi, quella stessa tracotanza che conduce Icaro alla morte, e che destina l’umanità a sciogliersi come ali di cera.

In principio c’è proprio Icaro, anzi Icarus, lo space shuttle di ultima generazione in viaggio verso Marte e, mentre George Taylor, Charlton Heston, ed il resto dell’equipaggio vengono dati per dispersi nello spazio, sulla Terra, in Congo, per essere più precisi, tre scimpanzé vengono catturati dai bracconieri e trasferiti a San Francisco, dove Will Rodman (James Franco), uno scienziato che lavora alla Gen-Sys, sta sperimentando un medicinale per curare il morbo di Alzheimer.

L’alba del pianeta delle scimmie ambisce a riscrivere – sovrapponendosi al quarto episodio, 1999 – Conquista della Terra, del 1972 – il prologo del bellissimo film del 1968 diretto da Franklyn J. Schaffner, basato sul romanzo “La planète des singes” di Pierre Boulle, scrittore da riscoprire, autore de “Il ponte sul fiume Kwai” e dei “Racconti dell’assurdo”.

Rise of the Planet of the Apes, diretto dall’inglese Rupert Wyatt ed uscito nelle sale nel settembre del 2011, attualizza le origini del mito, restituendo linfa vitale alla celebre saga fantascientifica che dal 1968 ad oggi ha dato alla luce ben sei pellicole ed una serie televisiva.

La frase di lancio del film negli USA, “Evolution becomes revolution”, che sembra quasi preannunciare un disaster movie, in realtà riassume in sé il filo conduttore dell’intera opera. Lo spettatore, attraverso una sorta di ellissi iperbolica, viene ricondotto nel lontano 1968, quando il capitano Taylor interrogava Zaius: “Ha avuto terrore di me fino dal principio e anche adesso. Lei ha paura di me e mi odia. Perché?”; Dr. Zaius: “Perché sei un uomo. […] E per quanto ne so credo che la sua saggezza cammini di pari passo con la sua idiozia, e che le passioni guidino il suo cervello e che sia un essere bellicoso che dà battaglia a tutto ciò che lo circonda, perfino a sé stesso”.

In un crescendo di tensioni tragiche, l’uomo (co)protagonista della vicenda crede che tutte le sue azioni siano giustificate dalla legittimità del fine perseguito ed accecato dalla spasmodica ricerca del proprio luminoso obiettivo non riconosce il male e ne viene travolto; come Icaro è vinto dalla sua stessa hybris.

Il dottor Rodman conduce senza particolari rimorsi i suoi esperimenti farmaceutici sugli animali; è un bravo ragazzo che agisce in nome della Scienza e del Progresso, infervorato dall’urgenza di salvare suo padre dall’Alzhaimer – uno splendido John Lithgow – che si aggrappa con tutte le sue forze alla vita per non cedere all’oblio del morbo.

La scimpanzé “Occhi luminosi” rivela la prodigiosa efficacia del farmaco ALZ 1-12, capace di rigenerare le cellule cerebrali e perfino di accrescere il livello d’intelligenza dei primati, ma qualcosa va storto e le ricerche vengono tragicamente interrotte, proprio quando il traguardo sembrava essere ormai vicinissimo.

Soltanto a questo punto, quando gli sfugge improvvisamente il premio delle sue fatiche, il dott. Rodman riesce a comprendere la crudele realtà delle sue azioni, ma allo spettatore resta il dubbio che la decisione di adottare il piccolo scimpanzé Cesare, l’ultimo superstite casualmente sopravvissuto alla soppressione delle ormai inutili cavie, più che da sentimenti di autentico affetto, sia dovuta ad un moto di nostalgia per il suo sogno perduto.

Cesare è un essere dotato di grande intelligenza, e la sua crescita fisica nel film è la metafora dell’evoluzione, che raggiunge il suo acme nella presa di coscienza di non essere “ancora” un umano e nel sentimento di ribellione verso l’umanità che ne scaturisce.

Nella seconda parte, il film si rivoluziona assumendo le fattezze di un prison movie, sporcandosi di cattiveria e cinismo nel momento in cui Cesare, dopo uno sbotto d’ira, viene rinchiuso in un centro di riabilitazione per scimpanzé. Si accendono i colori della passione, lo stato di sottomissione e la sindrome del mostro opprimono la creatura-scimpanzé, novello Frankenstein, creando i presupposti per un’insurrezione degna di Spartacus, che raggiunge il climax con quel “No!”, prima parola pronunciata dal leader quadrumane, un urlo che si leva forte e liberatorio, una dichiarazione di guerra che annuncia la futura storia dei rapporti tra i nuovi ed i vecchi dominatori del pianeta. Proprio in quel momento arriva a compimento il processo di immedesimazione tra lo scimpanzé e lo spettatore, reso agevole dalla capacità espressiva di Andy Serkis, che gli presta la mimica facciale, e da un’abile costruzione emotiva che mira dritta al cuore e lo raggiunge come una saetta.

Come in Odissea nello spazio, lo scarto evolutivo è segnato con il sangue e la violenza; Cesare, però, utilizza contro i suoi “parenti” umani un bastone elettrificato, invece che il banale osso brandito dalle scimmie del capolavoro di Kubrick, ed i suoi gesti non sono scomposte esplosioni di cieca rabbia, ma strategie consapevoli ed attentamente pianificate. La distanza qualitativa tra i comportamenti dei primi campioni delle due specie rappresenta un ulteriore segno dell’imminente passaggio di consegne tra i primati.

Il personaggio di Cesare, il cippo di separazione tra le specie, è già comparso negli ultimi tre film della serie classica, “Fuga dal pianeta delle scimmie”, “1999 – Conquista della Terra” e “Anno 2670 – Ultimo atto”, nel ruolo del leader delle scimmie ed artefice della drammatica involuzione umana in favore delle scimmie: “Guardati dalla bestia uomo, poiché egli è l’artiglio del demonio. Egli è il solo tra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria o avidità. Egli uccide suo fratello per possedere la terra di suo fratello, non permettere che si moltiplichi perché egli farà il deserto della sua casa e della tua. Sfuggilo, ricaccialo nella foresta perché egli è il messaggero della morte”.

Il Pianeta delle scimmie di Schaffner era un lussuoso esempio di fantascienza apocalittica, rivoluzionario all’epoca anche per la sapiente scelta degli effetti speciali e per il trucco, che gli valse un meritatissimo Oscar; ancora oggi è impossibile non rimanere colpiti dalla bravura di John Chambers nella realizzazione delle maschere della scimmie.

Sebbene siano radicalmente cambiate le tecniche realizzative, questo prologo non sfigura rispetto al geniale capostipite, grazie alla neozelandese Weta Digital di Peter Jackson, che ha curato in passato gli effetti digitali di opere come King Kong, Il signore degli anelli, X-men e Avatar, solo per citarne alcuni. Gli effetti visivi sviluppati per il film di Wyatt sono una diretta estensione di quelli di Avatar, per quanto riguarda l’utilizzo del performance capture; Andy Serkis, che prestò la sua mimica a Gollum, è stato utilizzato per il motion capture di Cesare, ma anche di altre scimmie meno importanti nel film, rendendole personaggi credibili ed ottimamente caratterizzati.

LA FRASE: “No!”

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 7

Mariangela Sansone

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