Archivio film Cinema Eventi News — 27 settembre 2018

Titolo: L’albero dei frutti selvatici (Ahlat Agaci)
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Akin Aksu, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan
Cast: Aydin Dogu Demirkol (Sinan), Murat Cemcir (Idris), Bennu Yildirimlar (Asuman), Hazar Ergüçlü (Hatice), Serkan Keskin (Süleyman), Asena Keskinci (Yasemin), Akin Aksu (imam Veysel).
Fotografia: Gökhan Tiryaki
Scenografia: Meral Atkan
Montaggio: Nuri Bilge Ceylan
Produzione: Zeynep Özbatur Atakan
Nazionalità: Turchia/Francia/Germania/Bulgaria
Anno: 2018
Durata: 188 minuti
È di casa a Cannes, il regista turco Nuri Bilge Ceylan. Da Uzak (2002) in poi, i suoi lungometraggi riscuotono sempre il plauso della giuria del Festival, che nel 2014 gli ha assegnato la Palma d’Oro per Il regno d’inverno. L’albero dei frutti selvatici – ultima fatica del regista turco, sempre affiancato nella sceneggiatura dalla moglie Ebru – è stato in concorso all’ultima edizione e rappresenterà la Turchia agli Oscar 2019.
Per oltre tre ore, Bilge Ceylan ci conduce nel cuore di quell’Anatolia rurale e arretrata, cupa anche sotto il sole, dove le donne studiano ma finiscono inevitabilmente a fare le madri di famiglia o ad aiutare nei campi, e dove i sogni degli uomini si infrangono contro una quotidianità fatta di povertà dalla quale è difficile smarcarsi. Sinan si è appena laureato a Çanakkale, la città moderna vicina all’antica Troia, sui Dardanelli, quando fa ritorno al suo paese, Can. Qui si scontra subito con i problemi che affliggono la sua famiglia. Il padre Idris, insegnante elementare, è dedito da anni alle scommesse sui cavalli ed è inseguito dai creditori. La madre e la sorella tentano di sopravvivere nel piccolo appartamento dove anche Sinan è cresciuto, covando rabbia e risentimento verso Idris, che considerano un fallito.
Anche il ragazzo ha un rapporto ambivalente verso il padre. Da una parte, lo disprezza per il suo comportamento. Dall’altra, sa di aver ereditato dal genitore l’amore per la bellezza e la passione per i libri e la cultura. Come lui, sente di essere destinato a diventare maestro, progetta di partecipare a un concorso pubblico, grazie al quale probabilmente vincerà una cattedra nell’est della Turchia, dove nessuno vuole andare e dove suo padre aveva insegnato da giovane. Allo stesso tempo, il giovane Sinan cova nell’animo una ribellione verso questo destino: ha scritto un romanzo e il suo sogno è pubblicarlo. Si intitola “Il pero selvatico” (Ahlat Agaci, come il titolo turco del film) e racconta del mondo della campagna in cui lui è cresciuto, quel mondo tanto caro a suo padre. Sinan spera di trovare al villaggio dei nonni un sostegno economico per far stampare il libro, ma lo attende un’amara delusione.
A casa nessuno può aiutarlo, quindi dovrà inventarsi il modo di racimolare la somma che gli serve. Con l’orgoglio e la boria tipica del ventenne che crede di essere meglio degli altri, Sinan sfoga la sua insoddisfazione in lunghe quanto inutili discussioni sulla verità o sulla letteratura. È la fuga da una realtà che non gli offre alcuna via d’uscita, a lui come agli altri giovani. «È bello studiare, ma qui siamo in Turchia. Quello che impari oggi, domani non serve più», dice uno dei personaggi.
Sinan non si rassegna e riesce a pubblicare il libro compiendo un atto vile: il figlio finisce per ripercorrere le orme del padre. È il preludio alla conclusione, quasi prevedibile. Con una fuggevole inquadratura di Sinan in divisa nella neve, Nuri Bilge Ceylan crea uno stacco temporale e ci presenta il ragazzo che torna a casa, dopo un anno. L’insuccesso del libro, le scarse prospettive di lavoro e il servizio militare sembrano aver domato gli eccessi verbali e la presunzione di Sinan, facendo spazio a una sorta di quieta rassegnazione. È il terreno fertile in cui, complice anche il libro, avviene il riavvicinamento fra padre e figlio.
Bilge Ceylan ha ricavato queste tre ore di lungometraggio da oltre cinque ore di girato, con l’ambizione non solo di raccontarci un travagliato rapporto fra padre e figlio, ma anche di approfondire ogni personaggio che mette in scena, lasciando ben poco di non detto. Nel contempo, mentre Sinan cerca di trovare un senso per la propria vita, è un intero Paese che sembra porsi le stesse domande, in bilico fra un passato patriarcale fatto di angherie e di violenza e un futuro che non si vede, o è sinistramente simile al passato.
Una curiosità: guardate con attenzione al personaggio dell’imam Veysel, interpretato da Akin Aksu. Non è un attore non professionista, ma ha accettato di recitare in questa piccola parre. È la sua storia personale ad aver ispirato il regista.

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