Archivio film Cinema News — 01 Giu 2018

Titolo: L’atelier (L’atelier)

Regia: Laurent Cantet

Sceneggiatura: Robin Campillo e Laurent Cantet

Cast: Marina Foïs (Olivia),  Matthieu Lucci (Antoine), Warda Rammach (Malika), Issam Talbi (Fadi), Florian Beaujean (Etienne), Mamadou Doumbia (Boubacar), Julien Souve (Benjamin), Mélissa Guilbert (Lola), Olivier Thouret (Teddy), Lény Sellam (Boris)

Fotografia: Mathilde Muyard

Scenografia: Serge Borgel

Musiche: Bedis Tir, Eduard Pons

Produzione: Denis Freyd

Nazionalità: Francia

Anno: 2017

Durata: 113 minuti

 

La crisi economica e la globalizzazione hanno cambiato lo scenario delle nostre città, modificando il tessuto sociale e le relazioni fra diverse generazioni. Su questo tema, Laurent Cantet ha scelto di indagare nel suo ultimo film, intitolato L’atelier e presentato al Festival di Cannes lo scorso anno.

Siamo a La Ciotat, poco lontano da Marsiglia. In una calda estate, un gruppo eterogeneo di giovani è chiamato a partecipare a un laboratorio di scrittura creativa – atelier, in francese – guidato da Olivia Dejazet, una giallista parigina di successo che desidera svolgere del volontariato sociale e nel contempo andare alla ricerca di ispirazione per i suoi libri. Gli scrittori, si sa, sono sempre un po’ “vampiri” e amano curiosare nelle vite altrui. Questi ragazzi provengono da ambienti molto diversi da quelli che Olivia frequenta: sono figli e nipoti di lavoratori francesi e immigrati che si sono trovati a lavorare, in passato, fianco a fianco. Fino agli anni Ottanta, infatti, La Ciotat è stata una città operaia, dove la vita ruotava intorno ai cantieri navali. Finché non hanno chiuso i battenti, lasciando tutti a casa e inaugurando una stagione di lotte, che non hanno sortito grandi effetti. Petroliere e transatlantici vengono ormai costruiti altrove, pochi lavoratori sono coinvolti nella realizzazioni di imbarcazioni private di lusso. Con i cantieri, la città sembra aver perso anche la sua anima. E il disagio si riflette nei comportamenti dei ragazzi.

Inizialmente accolta con diffidenza, Olivia poco alla volta riesce a conquistare la fiducia del gruppo, che scopre come la scrittura può essere uno strumento di crescita personale e di autostima. L’unica eccezione è Antoine, il cui comportamento appare enigmatico nei confronti della sua tutor. La donna, con la sua diversità, lo incuriosisce ma il ragazzo al contempo sfodera un atteggiamento aggressivo e contestatario, molto adolescenziale, che riversa contro Olivia e i compagni. La scrittrice è spaventata, ma anche affascinata da Antoine, che potrebbe essere un personaggio da romanzo.  Anche per una giallista abituata all’indagine psicologica nei suoi libri, non è tuttavia facile capire cosa si agita nella mente di un ragazzo dalla faccia pulita, che è tuttavia affascinato dalla retorica dell’estremismo di destra, e alterna momenti di normalità ad attimi di esaltazione razzista e violenta.

Come in La classe, premiato con la Palma d’Oro nel 2008, Cantet sviscera le dinamiche che si creano all’interno di un gruppo variegato di studenti, specchio del meticciato culturale della società francese. Ma è Antoine ad attrarre l’attenzione dello spettatore, esattamente come quella della protagonista. Interpretato dall’esordiente Matthieu Lucci, che supera brillantemente questo banco di prova, è un giovane intelligente, amante dello sport e dolce con i bambini, ma con un’ombra che lo rende inquietante. La sua giustificazione della violenza, come si coglie dalla sceneggiatura, nasce da un disagio esistenziale, da un senso di vuoto e noia, dall’assenza di progetti futuri che vivono le giovani generazioni che, a differenza dei loro padri, dopo lo studio non vedono una prospettiva concreta. Se il lavoro scarseggia per tutti oggi, sono i figli della ex classe operaia a subirne più pesantemente le conseguenze, perché hanno meno strumenti per reagire.

Cantet ci consegna un film di grande spessore nell’apparente semplicità della sua trama, che lascia l’amaro in bocca. Quando una società genera figli capaci di prendere una pistola e sparare solo per vedere che effetto uccidere qualcuno, evidentemente qualche errore è stato commesso.

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