Cinema News — 08 ottobre 2013

“Ciò che è bello della famiglia è che ci si può dire tutto”, è quello che pensano i cinque amici sedendosi alla tavola degli equivoci. “Le Prénom”, uscito nel 2012, è il titolo originale della commedia franco-belga dei due registi e sceneggiatori Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte che portano nelle sale cinematografiche l’opera teatrale di Bernard Murat. Il film vincitore di due premi César nel 2013 per il miglior attore non protagonista, Guillaume de Tonquédec, e per la migliore attrice non protagonista, Valérie Benguigui, combinano il piacere della conversazione del salotto parigino con il retrogusto amaro della commedia dai risvolti drammatici. Il film che si apre con una panoramica delle strade di Parigi dai pomposi nomi di martiri e rivoluzionari della storia francese, viste dallo scooter del fattorino della pizza da asporto già annuncia il tono farsesco. La promenade si conclude nel nono arrondissement a casa di Elisabeth, insegnante di scuola media, e Pierre, professore universitario alla Sorbonne, che preparano per la sera una cena per il fratello di lei, Vincent, elegante agente immobiliare e la sua bella e ritardataria Anna, da cui aspetta un bambino. Alla cena partecipa anche Claude, maestro d’orchestra e amico d’infanzia di Elisabeth. Durante l’aperitivo marocchino a base di humus e falafel, l’andirivieni di Elisabeth tra salotto e cucina alle prese con le tazzine calde, Vincent porta la notizia della nascita di suo figlio e la più banale domanda sul nome scatena la querelle, tutta giocata su equivoci e double entente. Vincent annuncia di voler chiamare suo figlio Adolphe, che riecheggiando il nome del Führer, scatena inevitabilmente l’ira di Pierre. La controversia si rivela essere causata da uno scherzo di Vincent, che confida il vero nome di suo figlio a Claude e allo spettatore, ma lo annuncia pubblicamente solo dopo che il violento litigio aveva già preso una brutta piega. L’iniziale e piacevole conversazione tra luminari della colta società francese che si esprime per motti arguti e battute dai riferimenti letterari, rivela la bassezza del discorso, tutto giocato sui clichés parigini e luoghi comuni sulla società, da cui neanche la cultura basta a salvarci. Pierre, intellettuale di sinistra e obbligatoriamente dalle ampie vedute in quanto professore della Sorbonne, è l’emblema della gauche parigina anticonformista. Così come Vincent che si sposta solo in suv e porta vino prelibato a cena, è l’espressione della borghesia conservatrice.

E secondo gli stessi insindacabili stereotipi sociali, Claude che porta l’arancio, frequenta il Marais e beve kir viene inevitabilmente additato come gay. Così, le incalzanti domande e risposte che si susseguono a colpi di luoghi comuni rivelano un’eccellente sceneggiatura, che nel doppiaggio perde un po’ della sua forza. Dunque, è soprattutto sull’equivoco che si gioca tutta la conversazione, memore della lezione di Molière. È l’equivoco che genera il riso dello spettatore, unico detentore del segreto insieme a Claude, e che permette il giusto distanziamento dalla scena a cui assistiamo consapevoli e divertiti. È la tensione dunque, tra il detto e il non detto ciò che turba questo salotto borghese, in cui è girata tutta la commedia, racchiusa tra un inizio e una fine che ci lasciano rapidamente sorvolare le strade e i tetti di Parigi. Le ipocrisie delle relazioni sociali e la fragilità dell’animo umano sono i veri attori, di questa messa in scena in cui la beffa diventa l’unica forma di comunicazione, trasformando la piacevole conversazione in furioso litigio tra amici che credono di conoscersi fin troppo bene per avere ancora segreti da rivelarsi. E come in una perfetta commedia teatrale, la dialettica della double entente porta a metà dell’opera allo svelamento della verità, o delle verità. E in un susseguirsi di rivelazioni sempre più sconvolgenti, i contendenti si ritrovano a turno carnefici e vittime dello stesso gioco fondato sul non-detto. Una discussione partita da un nome mette evidentemente al centro la parola, chiave d’accesso alla parte più intima delle relazioni umane, fatte di silenzi, bugie e mezze verità che alla fine implodono in un’eruzione di accuse, confessioni e rancori. La parola si fa azione, e la commedia un dramma dai toni esasperati. A metà tra commedia e farsa, “Le Prénom” presenta come attraverso uno specchio l’immagine della quotidianità di una famiglia alto borghese, che per la forte teatralità evidente nei toni esasperati e a tratti grotteschi, si inserisce nella tradizione del teatro boulevardier di buona qualità sulle orme della “Cena dei cretini” di Francis Veber. Certamente chi ha visto “Carnage” di Polansky troverà una certa analogia per trama e ambientazione, ma in “cena tra amici” il bersaglio diventa la famiglia e il tono ben più ammiccante. Così se gli spettatori italiani rimarranno sorpresi dal susseguirsi di colpi di scena e dalla escalation di violenza verbale, si ritroveranno anche inaspettatamente divertiti da questa commedia amara dai perfetti tempi comici, come suggerisce Giancarlo Zappoli. Se nell’immaginario collettivo italiano, il film francese è sempre il gran classico con tanto filosofeggiare in stile nouvelle vague, o comunque un film impegnativo come il recente “Un sapore di ruggine e d’ossa” di Audiard, “Cena tra amici” vi farà ricredere sulla commedia francese.


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