Archivio film Cinema News — 22 Marzo 2021

Ricordati com’eri vestita

E come sei uscita

E come mi sei corsa incontro (Quel giorno)

Quel giorno…

(Ricordati – Gino Paoli)

Metti un mattatore comico ormai invecchiato in un contesto drammatico-sentimentale, fallo riflettere poeticamente sulla vecchiaia, la morte e la memoria, e rischi il solito clamoroso autogol del racconto senile, sentimentalista e patetico.

Ma Pupi Avati non ha mai avuto la minima propensione al patetico e allo stucchevole, nemmeno nei suoi drammi sentimentali (in costume e non), preferendo l’apologo favolistico e il racconto di fantasmi alla pura e semplice drammatizzazione patetica delle cose.

“Lei mi parla ancora” già in origine si presenta come un progetto misterioso, come misterioso è tutto il cinema del cineasta bolognese, traducendo in forma filmica il romanzo autobiografico di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio e Elisabetta, morto a 97 anni nel 2018.

La scelta operata da Avati nell’adoperare le rughe e l’aplomb di Renato Pozzetto è stata una delle trovate vincenti del film, distribuito su Sky Cinema in prima visione assoluta lo scorso 8 febbraio.

Pupi è da sempre specializzato nel far emergere il lato amaro, quando non proprio tragico, di un interprete comico, magari con una schiera nutrita di fans e una scia di successi commerciali alle spalle ma non troppo amato da una certa critica superciliosa.

Come il Massimo Boldi di “Festival” (1996), l’Ezio Greggio di “Il papà di Giovanna” (2008), il Christian De Sica di “Il figlio più piccolo” (2010) e in parte il Jerry Calà di “Sposi” (1987), ora anche Renato Pozzetto a 80 anni si prende la sua rivincita, dimostrando di essere un ottimo attore drammatico.

Assente da circa sei anni dal mondo del cinema, il grande comico-bambino regala un’interpretazione intimista e delicata, appena suggerita a fior di battuta, mantenendo vivo il fanciullino che ha sempre abitato il suo personaggio, ora incarnato nel volto e nel corpo di ottuagenario.

“Lei mi parla ancora” rappresenta “Il tempo ritrovato” per Avati (che cita letteralmente Proust), il suo “Rosebud” che come nel finale di “Heimat – Eine deutsche Chronik” (1984) si affolla di tutti gli spettri di un tempo e di una vita.

Quello di Avati è sempre stato un cinema fatto di ricordi, dalla sbiadita foto di classe di “Una gita scolastica” (1983) fino all’alito di biancospino di “Il cuore grande delle ragazze” (2011), un eterno ritorno di volti sempre più invecchiati riemersi dalla polvere del tempo e mossi dal rumore della memoria.

“Lei mi parla ancora” è forse il finis africae di questo memorandum perpetuo, da cui riemergono con toni crepuscolari volti (Alessandro Haber, Serena Grandi) e nomi (Sultana) dell’universo avatiano e dove si annidano grandi momenti di poesia con squarci di mistero.

Si diceva appunto che uno degli elementi portanti del suo cinema è il mistero, una costante che si rintraccia non esclusivamente all’interno del suo gotico padano, ma che spesso e volentieri si manifesta in improvvise epifanie proprio nelle sue opere sentimentali.

Il Gifuni scrittore in cerca di successo che viene convocato nella vecchia dimora di campagna degli Sgarbi, per poter scrivere le memorie del venerando patriarca, ha diversi punti in comune con il pittore Capolicchio chiamato a restaurare Il martirio di San Sebastiano in “La casa dalle finestre che ridono” (1976).

Entrambi sono uomini di cultura e di arte chiamati ad accettare un incarico misterioso, e nella moltitudine di capolavori d’arte sparsi nella magione di Nino Sgarbi aleggia un certo nitore ultraterreno, quello spirito arcano ed enigmatico, quando non propriamente inquietante, che abita cose, ambienti e oggetti dell’universo avatiano.

La promessa di giurarsi eterno amore e restare immortali, che si sono fatti reciprocamente i giovani e innamoratissimi Nino e Rina è un inno alla vita oltre la morte, un brindisi alla storia dell’arte e della cultura, messo in scena proprio in uno dei momenti più bui attraversati dalla società occidentale.

I volti invecchiati ma eternamente solari di Nino/Renato Pozzetto e di Rina/Stefania Sandrelli si specchiano nei loro doppi giovanili Nino/Lino Musella e Rina/Isabella Ragonese, persi lungo le campagne del ferrarese in “Una sconfinata giovinezza” che fa solo bene all’attuale cinema italiano.

Voto: 7

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