Archivio film Cinema News — 13 Aprile 2015

Titolo: ’71
Regia: Yann Demange
Soggetto: Gregory Burke
Sceneggiatura: Gregory Burke
Cast: Jack O’Connell, Richard Dormer, Paul Anderson, Sean Harris, Sam Reid, Charlie Murphy
Fotografia: Tat Radcliffe
Montaggio: Chris Wyatt
Scenografia: Cate Guyan
Musiche: David Holmes
Produzione: Crab Apple Films, Protagonist Pictures, Warp Films
Distribuzione: Studio Canal (Regno Unito)
Nazionalità: Regno Unito
Anno: 2014
Durata: 99 minuti

Di momenti distesi in ’71 (Yann Demange al suo primo, e intenso, lavoro sul grande schermo) ce ne sono davvero pochi. Lo spostamento iniziale in autobus del giovane soldato Gary Hook (Jack O’Connell), recluta dell’esercito britannico in viaggio per raggiungere i suoi compagni in una missione a Belfast è uno di questi. Un altro? Alle fine del film, proprio il viaggio in direzione contraria,così come pure nell’inquadratura,sempre sull’autobus. Questa seconda volta, però, non è da solo. C’è un bambino: lo sguardo di Gary ora è tutt’altro che immacolato e la laboriosa catarsi del personaggio è compiuta.
Il plot iniziale ha l’impianto di tanti film di guerra: la recluta Hook viene collocata in un’unità militare, un gruppo di commilitoni coi quali, si sa, dovrà condividere momenti critici. Lo scenario è quello della capitale di un’Irlanda del Nord massacrata dalla guerra civile, durante i tragici eventi passati alla storia come The Troubles, 1971: protestanti a sud e cattolici a nord, esercito del Regno Unito da una parte e quello dell’Ira dall’altra e chiaramente, e inconcepibilmente, strade, delle quali si fanno costantemente nomi (come Falls Road), vissute come trincee.
Si è parlato di ’71 facendo riferimento al cinema carpenteriano. In effetti, pensando a 1997 – Fuga da New York (Escape from New York, 1981), Gary Hook, alla stregua di Snake/Jena Plissken, si ritrova a cavarsela da solo, abbandonato dal proprio plotone nella metà sbagliata di una Belfast insidiosa quanto la Manhattan di Carpenter e, come in 1997, il grosso del film si consuma nell’arco di una notte. In difformità rispetto a Carpenter, il lavoro di Demange, non avendo nulla di fantascientifico, cerca di raccontare fatti realmente accaduti (aiutato dallo script a firma Gregory Burke) con l’intento di scardinarli dallo spazio e dal tempo e collocarli in una dimensione universale, dopo aver caricato il film del chiaro monito: la guerra è raccapricciante, oltre che completamente priva di senso. Il film, d’altra parte, non si schiera. Presenta tutti, piuttosto, in maniera sfaccettata, tant’èvero che dalle loro insicurezze e paure vengono fuori situazioni estreme, totalmente fuori controllo, e quando il soldato inglese Hook, ferito, trova riparo per un paio d’ore nientemeno che in una casa di cattolici, alla sua confessione sul non sapere perché Derbyshire e Nottinghamshire ”non vanno d’accordo”, fa seguito un folle “get the guns!” dettato a un ragazzino. Il quadro è sempre più angosciante e desolato, oltre che carico di adrenalina.
Il percorso che compie Hook, cercando di sfuggire e di mettersi in salvo dal nemico, a tratti è labirintico. Egli si ritrova a scappare intrappolato nei passaggi stretti di quei muri a mattoncini tipici dell’architettura locale. Quel labirinto è la difficoltà a orientarsi tra le due divisioni (amico/nemico), certo, ma è anche il pellegrinare dell’uomo e la sua incapacità di uscire dal male che lo divora da sempre. Il monito dell’ultimo aspirante auteur britannico è contenuto anche in quella perplessità che ne deriva. In questo si sente l’influenza del cinema di Peckinpah e Bigelow quando invece l’atmosfera notturna e cupa che si respira, insieme ai conflitti interni alle stesse fazioni, ci riporta a un genere come il noir che Yann Demange, anche per le sue origini francesi, sembra conoscere alla perfezione.

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