Cinema News — 31 marzo 2014

L’enfer – Rubrica di film inediti
Filth – Il Lercio, a cura di Luca Loghi

Titolo: Filth – Il Lercio
Regia: Jon S. Baird
Soggetto: Irvine Welsh
Sceneggiatura: Jon S. Baird
Cast: James McAvoy, Jamie Bell, Imogen Poots, Joanne Froggatt, Jim Broadbent, Eddie Marsan, Shirley Henderson
Fotografia: Matthew Jensen
Montaggio: Mark Eckersley
Scenografia: Mike Gunn
Musiche: Clint Mansell
Produzione: Steel Mill Pictures, Logie Pictures, Altitude Film Entertainment
Nazionalità: Regno Unito
Anno: 2013
Durata: 97 minuti

Diretto nel 2013 da Jon S. Baird, Filth (tradotto in italiano, nonostante ancora non sia uscito nei cinema nostrani, con Il Lercio) è una pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, che ritroviamo come produttore esecutivo del film. In una Scozia dai forti caratteri popolari, ritroviamo il sergente di polizia Bruce Robertson (James McAvoy) alle prese con un caso di omicidio razziale che potrebbe portarlo alla tanto agognata promozione. La vita di Bruce però non è la vita esemplare di un poliziotto nel pieno della sua carriera: immerso tra prostituzione, alcool e droga, senza amici, si ritroverà a tessere le fila di un profondo inganno fatto di tradimenti e menzogne, paure e intimidazioni, pur di prevalere sui colleghi. “Robbo”, come viene chiamato da chi lo conosce, è il lercio perché disprezza tutto e tutti, in primis se stesso, calpesta tutto quello che ha davanti senza nessuna morale, non ha rispetto per la vita e per la dignità, approfitta delle amicizie e non ha scrupoli. Sceglie di vivere nello squallore ma disprezza anche quello, non è in grado di tenere vicino a se la famiglia che tanto ama e fallisce ogni singola opportunità che gli capita. Le sue psicosi e la sua follia lo portano a vivere un’identità multipla di cui è cosciente, ma allo stesso tempo di cui non sospetta. È razzista e omofobo, sprezzante delle donne e soggiogato da innumerevoli perversioni. Insomma, un individuo che manifesta in sé tutti i mali e i segni di una società che lo asseconda, lo accoglie ma poi lo rigetta come un rifiuto qualsiasi, una società che manifesta i suoi stessi lati oscuri e di cui lui è l’estrema incarnazione. Chi gli sta intorno non è migliore, ha le sue psicosi e le sue depravazioni ma appare più debole perché la sua immagine non emerge tanto nitida e definita come quella di Bruce, visto come un intoccabile e un vincente dai colleghi. Una figura che si smarrisce nel potere e nell’avidità, forte come un castello di carte, pronto a vacillare al primo sospiro.

Un film senza dubbio riuscito ma che si smarrisce un po’ al cospetto di un romanzo che porta agli estremi il suo protagonista. Nello scrivere il soggetto a quattro mani, Baird e Welsh sembra quasi si siano voluti autocensurare, senza calcare la mano su situazioni che avrebbero potuto rendere senza dubbio il tutto più grottesco e originale. Così invece non si assiste a nulla di mai visto prima, ma è la vicenda personale del sergente a colpire. Se preso come opera cinematografica a se stante, resta comunque un ottimo film di nicchia, alla cui base ha idee profonde e precise ben sviluppate. Ottimo il montaggio, che rispecchia in pieno la personalità del protagonista: veloce, schizzato quasi, disordinato e in pieno stile lercio. Da sottolineare il grande lavoro alla colonna sonora, con musiche che quasi contrastano le scene in cui sono inserite ma che proprio per questo si sposano bene all’idea di profondo disagio emotivo che tutta la pellicola vuole trasmettere. Una chicca sono i rapidi e ammiccanti sguardi del protagonista alla camera, quasi a voler dissacrare anche il suo pubblico, senza nessuna vergogna per quello che sta mostrando al mondo. Al suo secondo cortometraggio si può senza dubbio dire che Baird ha fatto centro, grazie ad un soggetto interessante e a un cast di tutto rispetto dove compaiono anche Jim Broadbent, Eddie Marsan, Shirley Henderson e Imogen Poots. Il vero successo viene però dall’interpretazione magistrale di James McAvoy, che sembra nato per questo ruolo. Un film assolutamente da vedere.

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