Cinema News — 07 aprile 2014

L’enfer – Rubrica di film inediti
Il cacciatore di zombie, a cura di Francesco Basso

Titolo originale: Juan de los Muertos
Regia: Ajeandro Brugués
Soggetto: Ajeandro Brugués
Montaggio: Mercedes Cantero
Fotografia: Carles Gusi
Effetti speciali: Juan Ventura, Manuel Rico
Make up: Cristian Pérez Jauregui
Musiche: Sergio Valdes
Scenografie: Derubin Jacome
Cast: Alexis Diaz de Villagas, Jorge Molina, Andrea Duro
Produzione: Alejandro G. Tovar, Laura Alvea
Distribuzione: LatinoFusion
Nazionalità: Cuba, Spagna
Anno: 2011
Durata: 92 minuti

Non è il solito film di zombie. E’ molto di più. Non è neppure la versione cubana de L’alba dei morti dementi ma è tutt’altro. E’ un dramma horror in chiave politica in cui i morti viventi sono passati per dissidenti politici, nemici bellici mandati dagli americani per annientare il regime di Castro. Juan in questa marmaglia apocalittica prende armi e bagagli e affronta orde di famelici mangia carne per guadagnarsi il pane; se hai in casa un parente zombie che vuole addentarti lui è pronto a fartelo fuori, sempre se lo paghi però.

Una scenografia da urlo, esotica e post atomica allo stesso tempo in cui i palazzi arroccati, le strade deserte, i quartieri degradati non sono frutto di “piaga zombie” ma sono permeati di quotidianità reale e ineluttabile. Le panoramiche alla 28 giorni dopo di Danny Boyle si mischiano alla comicità spasmodica di Zombieland di Ruben Fleischer,  anche se qui la comicità aumenta, e la denuncia consumistica alla Romero prende un volto ancora più sofferente e tragico. Gli zombie ancora una volta simboleggiano il male capitalistico, elemento imprescindibile in Romero, con la differenza che adesso non sono solo un simbolo ma sono l’essenza stessa del materialismo e del consumo. Nel film la popolazione è convinta davvero che il morbo sia una nuova arma americana costruita per convertire anche il più ostinato dei cubani e farlo diventare un consumatore accanito.

Bello, violento, comico, splatter, cinico, una pellicola che aggiunge elementi al filone “zombesco” e che gli dà nuova verve. Se World War Z di Marc Forster aveva fiaccato l’intimità della lotta contro i mostri, quel lato nostalgico di rifugiarsi in un supermercato per scampare alla morte che cammina, e se Warm Bodies di Jonathan Levine aveva aggiunto romanticherie degne del più sdolcinato “San Valentino movie”, in Juan de los Muertos gli ingredienti genuini del genere tornano rinvigoriti: finalmente si continua a parlare di società, finalmente l’horror continua a essere specchio della vita reale. Quella di Ajeandro Brugués è un’opera per certi versi imparentata con il film francese The Horde di Yannick Dahan e Benjamin  Rocher. I colori ombrosi, gli edifici fatiscenti, l’irrazionale incontrollato che entra nell’ordinario sono tutti ingredienti in forte connessione tra di loro, con la differenza che in The Horde il pulp e il gore la facevano da padrone. In Juan de los Muertos sono il grottesco e l’irriverente ad avere un ruolo primario.

Non manca la visione romantica dell’eroe solo contro un’orda famelica di zombie, non si rinuncia a momenti di riflessione su come va il mondo di oggi, su cosa noi saremo disposti a fare di fronte all’irreparabile.
Da non perdere, da scoprire e riscoprire, uno zombie movie che funziona davvero e che non è l’ennesima replica dei suoi predecessori.

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