Cinema News — 16 aprile 2014

L’enfer – Rubrica di film inediti
Protégé, a cura di Luca Loghi

Titolo:  Protégé
Regia: Derek Yee
Sceneggiatura: Derek Yee, Man Hong Lung, Sun Go
Fotografia: Venus Keung
Montaggio: Kong Chi Leung
Musica: Peter Kam
Interpreti: Andy Lau, Daniel Wu, Louis Koo, Zhang Jingchu, Anita Yuen
Produzione: Artforce International, Mediacorp Raintree Pictures, Global Entertainment Group Co.
Origine: Hong-Kong, Singapore
Anno: 2007
Durata: 107 minuti

Uscito a Hong Kong, paese nel quale è stato prodotto oltre che in Singapore, nel Febbraio del 2007 e mai arrivato nelle sale italiane, Protégé è l’ultimo lavoro degno davvero di nota di Derek Yee. Il regista, attore e produttore originario della città autonoma cinese, rappresenta uno dei volti più noti del panorama cinematografico orientale, famoso per pellicole come One Night in Mongkok e C’est la vie, mon chéri e vincitore di molti premi nazionali e non. Dopo un periodo difficile si ripresentò sui grandi schermi con questo thriller poliziesco che in realtà nasconde aspetti molto più da dramma che da film d’azione. La trama non presenta particolari eccezionalità: Nick (Daniel Wu) è un poliziotto che lavora da infiltrato in una grossa banda di spacciatori per conto della Narcotici. A capo del traffico di eroina c’è Quin (Andy Lau), stretto da un legame quasi fraterno con Nick, boss carismatico ma malato e in cerca del suo successore. Quando ormai sembrano essere state raccolte prove a sufficienza per incastrare tutta la banda, viene chiesto al nostro protagonista di continuare il suo lavoro per riuscire ad arrivare anche ai grossi fornitori da cui Quin acquista le varie sostanze. A questo punto le cose però prendono una piega diversa, grazie anche all’ingresso nella vita di Nick di Jane (Zhang Jing Chu), ragazza tossicodipendente con una figlia a carico e abbandonata dal marito.

A sopperire a una trama già vista ma mai banale, interviene un realismo che probabilmente è impensabile riscontrare in produzioni occidentali, più legate da censura e morale rispetto al cinema asiatico. Ricordando che l’uscita risale comunque al 2007, la pellicola si specchia un po’ sui classici stereotipi in cui incappa chi vuole raccontare la vita di un infiltrato, tra dilemmi etici e costrizioni, ma la bravura di Yee è stata proprio quella di lasciare in secondo piano certe dinamiche per concentrare sforzi e attenzioni sulla realtà. Ottime le interpretazioni di un cast che ha saputo dare probabilmente il meglio di sè, con un Lau sopra le righe, rappresentante perfetto di un capo autoritario ma disponibile, intelligente ma razionalmente cieco rispetto alle situazioni che la sua attività genera. Attività di spaccio proposta come una grande azienda che si preoccupa soltanto di fornire ai suoi clienti il prodotto migliore; come sottolineato ampiamente nel film, la stoltezza e l’errore risiedono in chi fa uso del prodotto, non in chi lo immette nel mercato. Allo stesso tempo risulta padre affettuoso e amico leale, persona dai forti principi e con le idee chiare. Insomma una figura che, nonostante se ne comprendano responsabilità e importanza, non si riesce a odiare, perché presentata nella sua veste umana.

Nulla è stato trascurato, dall’ambientazione alla musica, dalla fotografia al linguaggio, tutto è stato curato dalla produzione in modo da avvicinarsi il più possibile a una trasposizione fedele della situazione per le strade di Hong Kong. Minuziosa la descrizione quasi documentaristica della preparazione di eroina, con scene esplicite complete di gergo tecnico, fino al consumo e alla descrizione visiva dei suoi effetti, condite da riprese stile horror-movie. Una pellicola cruda e dura da digerire, quel che si definirebbe un vero calcio sulle gengive, forse proprio per questo risultata così funzionante e sicuramente riuscita. Non manca l’aura moralizzatrice e quasi retorica che per forza di cose accompagna questo genere di film, iniziando dal finale, forse la cosa meno reale di tutti i 107 minuti, ma vettore perfetto dell’idea del regista: il vuoto in ognuno di noi come tema principale, vuoto che si può riempire come meglio si crede, ma che sicuramente non spiega né giustifica scelte e comportamenti solamente autodistruttivi; c’è sempre un motivo per riempirlo con qualcosa che ci faccia sentire davvero pieni.

Nel complesso, una visione che può rivelarsi una piacevole scoperta.

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