Archivio film Cinema L'Enfer News — 01 Ottobre 2014

Combat Girls di David Wnendt, a cura di Carole Basile

Titolo: Combat Girls
Regia: David Wnendt
Soggetto: David Wnendt
Sceneggiatura: David Wnendt
Cast: Alina Levshin, Jella Haase, Sayed Ahmad Wasil Mrowat, Gerdy Zint, Lukas Steltner
Fotografia: Jonas Schmager
Montaggio: Andreas Wodraschke
Scenografia:
Musiche:  Johannes Repka
Produzione: Eva-Marie Martens
Distribuzione:
Nazionalità: Germany
Anno: 2012
Durata: 103 min

Marisa (Alina Levshin) è una giovane ventenne tedesca, innamorata di Sandro (Gerdy Zint), entrambi fanno parte di un gruppo di tedeschi neonazisti, con lo stesso odio per immigrati, ebrei e polizia. Cresciuta con la madre (Rosa Enskat), con cui si ritrova molto in conflitto, e legata particolarmente al nonno (Klaus Manchen), ex militare nell’esercito di Hitler, che cresce Marisa sottoponendola ad una specie di addestramento militare, fin da piccolissima, insegnandole l’antisemitismo. L’odio per gli immigrati, da parte di Marisa, è talmente forte che non perde mai l’occasione per dimostrarlo, fino a quando non incontrerà un giovane rifugiato afgano, Rasul (Sayed Ahmad Wasil Mrowat), il quale le permetterà di cambiare le sue convinzioni sul mondo.

Combat Girls è il primo film del regista David Wnendt. Come lui stesso racconta, nell’estate del ’98, mentre era alle prese con un progetto di un film in giro per la Germania, ebbe modo di conoscere dei gruppi di estrema destra formati da adolescenti e rimase incuriosito del fatto che vide molte ragazze farne parte. Questo gli servì come punto di inizio per una sua ricerca che lo portò a scrivere questo film, poiché era un aspetto della Germania neonazista a cui nessuno aveva prestato attenzione.

La parte di Marisa, personaggio principale, viene interpretata da una bravissima Alina Levshin, è stata la più apprezzata del film. Durante il Movie Award 2011 tedesco, parlando di lei, è stata descritta come “Una promessa per il film tedesco”.

In Combat Girls vediamo come oggetto principale la forte violenza di cui certi gruppi fanno parte, dando l’impressione di non essere mai eccessiva però, e narra, in particolare, della vita di Marisa e della piccola quindicenne Svenja (Jella Haase). Buona la fotografia, particolare il lavoro sugli attori e sul contesto. Il regista ci racconta la quotidianità dei soggetti, soffermandosi su particolari come i tatuaggi in codice ( “88” per “Heil Hitler”) per sfuggire alla legge sul bando dai simboli nazisti. Unica pecca, forse, è il modo in cui il regista sceglie di raccontare a proposito di questi gruppi neonazisti, forse con un po’ di ingenuità, o superficialità: basa tutto sull’impulsività individuale del soggetto, sul disordine, sulla droga e sull’alcol, non vi è alcun legame con l’ideologia politica, ma solo un odio comune verso il “diverso” come via di sfogo da tutti i loro problemi individuali. La ripresa del film mantiene lo spettatore distante, quasi per poter permettere di avere un punto di vista critico senza sentirsi eccessivamente immerso nella storia. Il film si conclude con un lieto fine non proprio da favola, ma che ci lascia come insegnamento che solo l’essere umano può eliminare il nazismo dal mondo, riconoscendo l’altro, l’immigrato, in quanto essere umano.

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