Archivio film Cinema L'Enfer News — 08 Dicembre 2014

Titolo originale: Hors Satan
Regia: Bruno Dumont
Soggetto: Bruno Dumont
Sceneggiatura: Bruno Dumont
Cast: David Dewaele, Alexandre Lematre, Valerie Mestdagh, Aurore Broutin
Fotografia: Yves Cape
Montaggio: Bruno Dumont, Basile Belkhiri
Scenografia: Martin Dupont- Domenjoud
Produzione: 3B Productions
Distribuzione: Pyramide Distribution
Nazionalità: Francia
Anno: 2011
Durata: 110 minuti

Un uomo (Le Gars) occupa il tempo a girovagare lungo le paludi della Côte d’Opale, nei pressi di Boulogne sur Mer. L’unica che gli si avvicina è una ragazza, Elle, che gli prepara da mangiare, lo segue ovunque e lo osserva pregare. Lui la libera dal suo fardello, uccidendo il patrigno che la molestava.
È impensabile approcciarsi e capire Hors Satan, sesto lungometraggio del talento francese Bruno Dumont presentato a Cannes 2011 nella sezione Un Certain Regarde, senza conoscere la filmografia precedente del regista, di cui questo film è il definitivo superamento, in senso stilistico e a livello di trama. Se infatti in certi frangenti sembra legato alle opere precedenti, ad esempio con La vie de Jesus la cui capanna in lamiera all’inizio, che ospitava un eremita, viene qui riproposta come abitazione di Le Gars o la scena finale di Hadewijch in cui la protagonista viene scacciata dal convento per eccesso di fede e trova nell’abbraccio liberatorio a chi l’ha salvata da annegamento una nuova rinascita, dall’altro lato è evidente l’allontanamento di Dumont dalla sua cinematografia passata, di cui abbandona le location uniformi (il paese natio Bailleul visto in La vie de Jesus e L’Humanitè, le fiandre di Flandres) in luogo di paesaggi più variegati (dune, paludi, boscaglia folta e acquitrini), lo stile non più colmo di piani sequenza ma costituito da inquadrature simili ad opere d’arte, quadri in cui i movimenti attoriali sono un contorno, campi lunghissimi alternati a primi piani con la potenza e la velocità di uno schiaffo improvviso. Manca inoltre una vera e propria trama, una sinossi lineare (come nei primi lavori) che viene distrutta qui per dar spazio alle sensazioni che i luoghi e i personaggi suggeriscono. Tutto, seguendo il canovaccio iniziale, si muove libero davanti alla telecamera che cerca di riprendere il reale(?), anche a livello sonoro, ricordando molto lo stile di Leones di Jazmin Lòpez e, soprattutto, di Bresson (di cui è dichiarato l’erede naturale) e del suo cinema impervio e allusivo. Il tema di fondo che muove la pellicola è la bidimensionalità spirituale, la convivenza di bene e male all’interno di un unico corpo. Le Gars è insieme Dio e Satana, angelo e diavolo, purifica la bambina indemoniata e costretta a letto (ma anche la straniere un po’ troppo libertina nei modi di approcciarsi agli uomini), evita di fare sesso con Elle, salvo uccidere il patrigno che la molestava o bastonare il guardiano che avanza pressanti avance nei suoi confronti. È alieno nel mondo in cui si muove, nessuno sembra prestargli particolare attenzione, come dimostra il fatto che nessuno lo ricollega all’uccisione del padre di Elle, nonostante la ragazza sia sempre in sua compagnia. Ogni sua azione, l’uccisione di un uomo come il pestaggio a sangue di un altro, la guarigione di una ragazza o la resurrezione di un’altra, sembra appartenere ad un rituale pagano antico come il mondo, che occhi non abituati al mistero non può notare (quelli di Elle) ma che, tuttavia, si compie in perpetuo ogni giorno. Il tutto è accompagnato da costanti suoni naturali quali il vento incessante e lo scorrere delle acque, ma soprattutto da sequenze costruite magnificamente che regalano alla storia del cinema immagini di rara bellezza; su tutte Elle che cammina in bilico su una lingua artificiale tra le acque, in silenzio, in campo lungo. C’è tutta la bellezza del cinema di Dumont in quella scena; c’è tutta la bellezza del cinema.

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