Archivio film Cinema L'Enfer News — 27 Novembre 2014

Titolo originale: Hisshiken Torisashi
Regia: Hideyuki Hirayama
Soggetto: Shohei Fujisawa (racconto), Hidehiro Ito, Itaru Era
Sceneggiatura:
Cast: Etsushi Toyokawa, Megumi Seki, Jun Murakami, Chizuru Ikewaki, Koji Kikkawa, Naho Toda
Fotografia: Hirokazu Ishii
Montaggio: Soichi Satake
Scenografia: Kazumi Nakazawa
Musiche: Edison
Produzione: Hidehiro Hito
Distribuzione: Toei
Nazionalità: Giappone
Anno: 2010
Durata: 114’

 

 

 

Periodo Edo. Il valoroso samurai Kanemi Sanzaemon uccide a sangue freddo Renko, la concubina del proprio daimyo, Tabu Ukyou. Nonostante la gravità del suo gesto, a Kanemi viene risparmiata la condanna a morte e la sua pena viene tramutata in un anno di arresti domiciliari. Con l’aiuto della nipote Satou, Kanemi riuscirà a superare il difficile periodo di prigionia. Una reclusione la cui apparente immanenza verrà scandita dall’emergere dei ricordi di uno e dell’altra, utili a svelare il perché di un gesto a prima vista così folle e insensato. Quando infine Kanemi verrà riarruolato, gli intrighi di palazzo lo investiranno con prepotenza, mettendolo nuovamente in una posizione difficoltosa.

 

Con Sword of Desperation (Hisshiken Torisashi, 2010) Hideyuki Hirayama mette in scena una struggente storia di dedizione e sacrificio, protagonista della quale è Kanemi Sanzaemon, misurato e saggio samurai disposto a tutto pur di adempiere al proprio dovere nei confronti del suo signore. Fin qui uno dei tanti jidaigeki con al centro un guerriero senza macchia che segue fermamente la linea del Bushidō fino alle estreme conseguenze, ma con la fondamentale cifra stilistica di Hirayama a far la differenza. La vicenda di Kanemi si sviluppa infatti attraverso una serie di flashback che ricostruiscono con lenta e costante precisione i motivi dell’omicidio commesso nella scena iniziale del film, sguardi fugaci a un passato recente che esaltano l’efficace parallelismo con la stasi della condanna del protagonista agli arresti domiciliari e che emergono spontanei proprio grazie alla rappresentazione estetica del mutare delle stagioni. L’apparente progressione in avanti del tempo della storia compie in realtà un ripiegamento su se stessa, riaprendo vecchie ferite nei personaggi e sciogliendo nodi complessi del loro passato – un nastro che viene riavvolto con dolcezza dando l’illusione dell’immanenza, in una perfetta traduzione visiva della circolarità del tempo di matrice orientale. Tale circolarità è esaltata da Hirayama grazie al sapiente e costante uso di carrelli laterali, quasi a circondare i personaggi, sempre chiusi negli spazi angusti delle loro abitazioni, eppure sempre perfettamente inseriti nelle simmetrie, sia delle pareti, sia delle maglie della sceneggiatura. Un film che, nell’esaltare i movimenti indiretti, è solo apparentemente immobile per via, da una parte, delle dinamiche della storia che si riavvolgono dando l’illusione del tempo presente, e dall’altra dei movimenti dei personaggi, che sono in realtà quelli della macchina da presa che li abbraccia e li analizza nel profondo dei loro sentimenti.

Un film dall’estetica pura e sopraffina, un quadro vivente dalla sublime fattura che non può che tenere incollato lo spettatore davanti allo schermo, ma che talvolta pecca di ingenua retorica nella costruzione dei personaggi.

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