Archivio film Cinema L'Enfer News — 26 dicembre 2014

Titolo originale: Zeroka no onna: Akai wappa
Regia: Yukio Noda
Soggetto: Tohoru Shinohara
Sceneggiatura: Fumio Kônami, Hiro Matsuda, Tohoru Shinohara
Cast: Miki Sugimoto, Eiji Go, Tetsuro Tanba, Hideo Murota
Fotografia: Yoshio Nakajima
Montaggio: Tadayuki Kuwana
Scenografia: Kazumi Nakazawa
Musiche: Daisuke Okamoto
Produzione: Toei Company
Distribuzione: Toei Video Company, Toei Company, Cultmovies, Discotek Media,
Nazionalità: Giappone
Anno: 1974
Durata: 88’

La bella Rei è una giovane donna dei servizi segreti, finita in carcere per aver ucciso il Primo segretario d’Ambasciata di un paese estero, nonostante questi fosse in realtà un serial killer che la polizia stava tentando di arrestare da lungo tempo. Nel frattempo, una banda di delinquenti scapestrati aggredisce e violenta una ragazza in pieno giorno, per poi rapirla e costringerla a prostituirsi nel bordello gestito da una loro complice. Solo dopo si rendono conto di aver sequestrato la figlia di un importante diplomatico, il quale non ha nessuna intenzione di rovinare la sua imminente corsa alle elezioni a causa di un simile scandalo. La polizia decide allora di dare una chance a Rei: la ragazza dovrà infiltrarsi nella banda di criminali al fine di liberare l’ostaggio alla prima occasione utile. In cambio le sarà concesso di uscire di prigione e continuare la sua attività di poliziotto…

Considerato l’autentica fonte d’ispirazione per il celebre Nikita (La femme Nikita, 1990) di Luc Besson, Zero Woman: Red Handcuffs (0課の女赤い手錠 Zeroka no onna: Akai wappa,1974) è uno dei cult movie più amati del Sol Levante. Il successo di Nikita contribuì forse al successivo ritorno in auge del personaggio di Rei, tanto che nel corso degli anni successivi si produssero altri sette lungometraggi – destinati direttamente al mercato home video (dal 1995 al 2004) – e una serie televisiva. Il film del 1974 è invece il più classico dei Pinky Violence della Toei molto in voga negli anni’70, ovvero una serie di film thriller/erotici caratterizzati da scene di nudo e di ultraviolenza, nati per concorrere con i Roman Porno trasmessi dalla Nikkatsu nello stesso periodo. Il risultato è un vero e proprio pugno allo stomaco, diretto dallo specialista del genere Noba Yukio (che si occupò successivamente anche di una trasposizione cinematografica del celebre manga poliziesco Golgo 13, nel 1977) e sicuramente influenzato dallo spirito nichilista di Arancia Meccanica (A Clockwork Orange, 1971) di qualche anno prima. Omicidi con sangue a fiotti; stupri collettivi insopportabilmente lunghi e analizzati con perizia glaciale; personaggi caricaturali dalla personalità priva di spessore che agiscono come fantocci in una sorta di grande rappresentazione dell’assurdo, spinti solo dagli effetti delle droghe e dalla sete di denaro. L’unica a stagliarsi è proprio la giovane Rei, l’agente Zero dal sangue freddo che pare non provare sentimenti di alcun tipo e chiaramente modellata dagli sceneggiatori a partire dalle protagoniste dei celebri Revenge Movies degli anni ‘70 – una su tutte, la bella e spietata Yuki in Lady Snowblood (修羅雪姫 Shurayukihime, 1973). Zero Woman: Red Handcuffs è il più classico dei sexploitation del periodo: grezzo, cattivo, graffiante, dai ritmi convulsi, con tutti gli inevitabili difetti che questi prodotti estremamente low budget si portano dietro, ma che tuttavia ne determinano anche il magnetico fascino.

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