Cinema News — 04 agosto 2014

Autore: Paolo Campana
Titolo: Leos Carax – Lo schermo e il doppio
Editore: Edizioni Il Foglio
Dati: 281 pagine
Anno: 2014
Prezzo: 16 euro

 

Autore dall’indubbio fascino visionario, da sempre capace di osare in nome di una libertà espressiva (nelle forme e nei contenuti) rara e sorprendente, Leos Carax si annuncia fin da subito come un poeta dell’immagine. Se al principio del suo percorso artistico i suoi film colpiscono per la cura e l’attenzione che caratterizzano certi peculiari aspetti della messa in scena (pensiamo al minuzioso studio del colore nel folgorante Rosso Sangue), il suo ultimo film Holy Motors arriva ad abbracciare un discorso (anche metacinematografico) dal respiro quasi filosofico e sociologico sulla dolorosa, insostenibile “schizofrenia” che la nostra contemporaneità impone all’individuo, costretto così a frammentare e scindere la propria identità in una moltitudine di elementi diversi.

Nell’approfondita e particolareggiata monografia Leos Carax – Lo schermo e il doppio l’autore Paolo Campana ripercorre con attenzione la genesi di ogni opera del regista francese (cinque lungometraggi e alcuni cortometraggi), soffermandosi anche sul contesto in cui ogni film nasce e sulle vicissitudini produttive (come quelle sfortunate de Gli amanti del Pont-Neuf) che lo caratterizzano.
Riferimenti visivi, citazioni e “prestiti” della filmografia di Carax sono tutti qui, inseriti in una analisi puntuale che dà particolare rilievo agli aspetti tecnico-strutturali della messa in scena, che viene di volta in volta “sezionata” dall’autore per indagare e individuare, per così dire, la segreta sintassi della seducente poesia caraxiana.

Lo studio dell’opera di Carax – senza dubbio stratificata e complessa nonostante sia composta per ora da un numero limitato di titoli – viene qui portato avanti insieme a una riflessione parallela, necessaria  e interessante, sull’universo interiore del regista: le sue esperienze, le sue visioni, il suo sentire, i suoi sogni. E ancora, più specificamente: il suo approccio al fare cinema, il suo rapporto con la critica e con la stampa (alla quale il cineasta francese sembra concedersi raramente). Quello che ne viene fuori è un doppio ritratto (del regista e dell’opera) a trecentosessanta gradi, che porta il lettore nel cuore della poetica caraxiana rivelandone di volta in volta i meccanismi creativi e i codici espressivi (l’onirico, il surreale, il grottesco).

Con solo cinque lungometraggi nell’arco di circa trenta anni (a cui tuttavia vanno aggiunti dei cortometraggi significativi come il dissacrante, eloquente Merde!) Carax è oggi, probabilmente, uno dei più discussi registi francesi, ora osannato ora osteggiato. Infatti, se la sua autorialità non può essere messa in dubbio, è pur vero che non tutta la critica (e con questa il pubblico) apprezza certe sue scelte, a cominciare dall’assottigliarsi della struttura narrativa che a tratti pare soffocata da tanta visionarietà.
Tuttavia anche le fasi caraxiane meno lodate e incensate (pensiamo a Pola X, cui forse non a caso segue una lunga pausa creativa) hanno un posto di rilievo nell’indagine di Campana, mirata a rintracciare una coerenza nel percorso di Carax ma anche a focalizzare i mutamenti interni che fanno evolvere e progredire la poetica del regista, che sembra – proprio ora – essere arrivato a una svolta cruciale, come del resto suggerisce l’autore che termina la sua riflessione con uno sguardo beneaugurante rivolto al futuro: Ora che un ciclo sembra chiuso, quale sarà la nuova metamorfosi del suo cinema?

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