Cinema News — 18 giugno 2013

Se in Italia abbiamo Romanzo criminale di Michele Placido e (ancora meglio) l’omonima serie televisiva di Stefano Sollima, uno dei migliori “romanzi criminali” del polar francese è sicuramente Les Lyonnais (2011) di Olivier Marchal. Ex poliziotto, è attualmente uno dei più validi registi d’oltralpe: forte della sua esperienza nella gendarmerie, è in grado di imprimere un crudo realismo ai suoi film, senza però rinunciare alla spettacolarità. Dopo Gangsters, 36 Quai des Orfèvres e L’ultima missione, Marchal scrive e dirige questa poderosa saga criminale a partire dall’autobiografia di Edmond “Momon” Vidal (Pour une poignée de cerises), capo della “banda dei Lionesi” che ha insanguinato la Francia negli anni Settanta. Momon lo zingaro, Serge, Christo, Dany e “il Greco” sono i boss della gang: legati da una fraterna amicizia e da un profondo codice d’onore, si impongono nella malavita fino alla loro cattura. Anni dopo, Momon si è ritirato dal “giro” e vuole vivere in pace con la sua famiglia, ma il passato torna a bussare alla porta: Serge ha sgarrato con un trafficante di droga e, rifugiatosi a Lione, viene arrestato. La vecchia banda si riunisce quindi per liberare l’amico, scatenando una nuova guerra e portando a galla vecchi tradimenti. Con Les Lyonnais, Marchal utilizza alcuni canoni del polar classico e li riadatta al cinema contemporaneo, riuscendo a concentrare alla perfezione la lunga vicenda in 102 minuti che si lasciano vedere tutti d’un fiato. Già dai titoli di testa (che ricordano un po’ quelli del Romanzo criminale di Sollima) possiamo capire che siamo di fronte a un prodotto innovativo: scene d’azione, feste e belle donne accompagnate da un brano rock e con un montaggio sincopato. Questa sarà una delle cifre stilistiche del film, soprattutto nelle numerose sequenze d’azione, dove pistole, fucili e mitra sparano a volontà: la liberazione di Serge dall’ospedale, le varie rapine narrate in maniera frenetica e le esecuzioni in sequenza (“padrinesche”, potremmo dire) della banda rivale. Les Lyonnais è costruito su due piani cronologici che si alternano continuamente (ma senza far perdere omogeneità al film): la vicenda contemporanea che inizia con l’arresto di Serge, e i flashback sulla nascita e le azioni della banda; dunque, attori diversi per ciascuno dei due tempi, e anche una fotografia leggermente diversa, più nitida nella vicenda attuale, più “slavata” nei flashback. Les Lyonnais è un grande film corale, con profonde analisi psicologiche: a questo contribuiscono sicuramente l’esperienza di Marchal come poliziotto e la sua solida regia, ma anche le intense interpretazioni. Su tutti, dominano Tchécky Karyo (Serge), grandissimo attore celebre a livello internazionale, e il protagonista Gérard Lanvin (Momon), senza però nulla togliere agli altri (più conosciuti in Francia che in Italia). Cruda e minuziosa è anche l’analisi sociologica, con la vicenda personale di Momon (da zingaro emarginato a boss rispettato da tutti), gli abusi della polizia e i rapporti della banda con un gruppo politico di estrema destra. Il polar vecchio stile viene dunque rielaborato in maniera violenta e spettacolare, ma ne rimangono invariati i temi fondamentali, che possono costituire un’ideale “fenomenologia della malavita”: onore e fratellanza, lealtà e tradimento, l’intoccabilità degli affetti familiari, il rapporto ambiguo con il commissario (sempre in bilico fra rivalità e rispetto), il desiderio e l’impossibilità di chiudere con il passato criminale. In sintonia con le atmosfere del film, la colonna sonora di Erwann Kermorvant spazia fra brani ritmati (per esempio, nei titoli e durante le sequenze d’azione) e brani malinconici che accompagnano i momenti più nostalgici e introspettivi.


(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.