Cinema News Serie TV — 30 Nov 2014

La Francia non è propriamente famosa per le serie di genere horror o sovrannaturale, almeno non fuori dai confini nazionali. Probabilmente questo è dovuto al fatto che lo strapotere anglofono e spagnolo nel settore, lascia poco spazio ai competitor. Altra cosa da considerare è che quando si pensa alla Francia si pensa sempre e solo alla Nouvelle Vague, ai drammi borghesi e alla recitazione sopra le righe.

Beh, cancellate tutto, perché qui andiamo a parlare di serie sovrannaturale con tutti gli attributi necessari per diventare un vero cult… cosa che, di fatto, è già perché quei mattacchioni dei francesi, nella persona di Fabrice Gobert, non solo hanno tirato fuori una serie dannatamente bella e stilosa ma sono anche riusciti a esportare il proprio prodotto un po’ dappertutto, creando una vera e propria pietra miliare e inserendosi di forza nella terza era d’oro della televisione mondiale.

Partiamo quindi dal plot: la storia è ambientata in un paesello montano, dove la vita trascorre quieta, la gente vive, muore e si va avanti. Peccato che c’è un piccolissimo dettaglio che va a scombinare quello che è il ritratto bucolico di una qualsiasi cittadina sperduta, perché qui alcuni defunti ritornano in vita. Non sono zombie. No, sono le stesse persone che sono state conosciute, apprezzate e amate in vita e questo lascia un po’ perplessi i cittadini perché questi “ritornati” (les revenants del titolo) vorrebbero tornare alle proprie attività, come se nulla fosse accaduto perché per loro, effettivamente, non è successo proprio nulla. Un punto di vista che fa sorgere non pochi dubbi sull’aldilà. Però, con l’arrivo dei ritornati, strani avvenimenti iniziano a turbare la cittadina: corrente che va e viene, l’acqua della diga che si abbassa di livello… e poi quelle strane ferite che, inspiegabilmente, iniziano ad apparire sia sui corpi dei ritornati – e la cosa potrebbe anche essere a suo modo normale – sia su quelli dei vivi. E qui le cose non vanno bene per niente, perché se ora c’è un problema, saranno sicuramente questi ritornati ad averlo causato.

Questo, per sommi capi, il plot. Niente per cui cadere dalla sedia ma, come diceva Omero: “chissenefrega se la storia non è originale: è come la racconti che fa la differenza!”

Infatti è proprio qui il punto forte della serie: il racconto per immagini. Perché è da quando quel visionario di David Lynch si è preso la sua lunga vaganza dal piccolo schermo che non si vedeva una storia così ben raccontata, almeno dal punto di vista estetico.

Ma non è un caso, perché il furbo Gobert ha fatto una scelta coraggiosissima, affidando il suo immaginario alla visione di un fotografo davvero particolare, tal Gregory Crewdson che non il suo stile influenzato a sua volta da figure iconiche della pittura come Edward Hopper e il fotografico mondo freak di Diane Arbus è riuscito a distillare una grana surreale e inquietante messa al servizio di un’ambientazione di normalità e piccola mediocrità quotidiana di provincia. Quello che da questa influenza il creato della serie Gobert ne ricava è una visione di amore/odio per il genere più umano dell’umano nella sua quotidianità post-mortem-vitale, senza perdere mai in leggerezza e, forse, nella speranza che nell’umanità ci sia il barlume del divino. Uno sguardo sul nulla, sul tempo che passa lento, a volte statico, mai pieno di quiete, quasi curioso nel suo essere eclettico e narrante allo stesso tempo. Una narrazione che inevitabilmente viene intrisa di tutti gli occhi dei cittadini che assistono impotenti agli avvenimenti ma che alla fine si ritrovano colpevoli nell’assistere.

Tutto questo non basta? D’accordo, ce n’è ancora. Perché qui dobbiamo andare oltre l’estetica che, va bene la fa da padrone, non può essere l’unico motivo per guardare una serie che basa la sua forza su un plot davvero deboluccio e abusato.

In questo caso però, con l’assenza di una base narrativa che fa della narrazione ermeneutica il suo punto di forza ci si accorge che in tutte le puntate c’è un grandissimo quantitativo di assenza narrativa mainstream, quella cosa che aiuta il pubblico a tenere le redini della storia senza perdere la concentrazione. E in questo, i francesi non hanno nulla da imparare da nessuno. Qui sta la vera forza del prodotto. L’occhio onnisciente della narrazione è quasi sempre gentile, attento a non disturbare. Intimo. Mai violento, anche quando c’è violenza (e ce n’è in questa serie) soprattutto psicologica per coloro che erano affezionati, in vita prima del trapasso e del ritorno, ai ritornati.

E quindi inevitabile che se un morto porta con sé dei segreti qualcuno può tirare un sospiro di sollievo e, come si sa, in una piccolo paesello dove tutti sanno e tutti si intromettono, il segreto è la forma più pura di privacy e libertà, anche quando questo è efferato o malvagio.

Non mi soffermo su nessuno dei personaggi per non rovinare l’esperienza ai futuri spettatori della serie. Posso solo dire un’ultima cosa: sebbene a Gobert piaccia giocare con gli stereotipi del genere e si prenda le sue belle licenze poetiche narrative, Les Revenants è una serie che, con il suo equilibrismo fra il pacchiano e l’elegante, tiene gli spettatori sempre sulla corda, pronti a puntare il dito con colpevole piacere di fronte a situazioni che di normale non hanno neanche la parvenza. La verità è che Gobert è riuscito nel suo intento di creazione cosmogonica personale e già adesso i suoi epigoni iniziano a percorrere il sentiero da lui tracciato.

 

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