Cinema News — 04 luglio 2013

Non so se Takeshi Miike ha intenzione di mettere la testa a posto dopo tanta exploitation,pulp e mimesi dei generi cinematografici come lo yakuza eiga, per fare del cinema davvero “serio” e forse politico, come quello di questo film passato al Festival di Roma del 2012. Ancora una volta è un istituto superiore, ad essere al centro del mirino e con lui la bizzarra condotta del docente Hasumi. Questa istituzione anche in Giappone subisce dei mutamenti e facendo un ragionamento simile a quello del filosofo Democrito, sostenitore del mondo come balletto di atomi nel nulla, che rende risibile ogni preoccupazione e passione umana , ai personaggi di “Lessons of Evil” succede proprio questo.La morale così si trasfigura in abiezione, carattere peculiare di Miike e lo vediamo quando uno studente confessa pubblicamente la sua intimità davanti ai compagni di studio e a una dottoressa, alla  faccia del segreto professionale.E’ la trasformazione costante di un’istituzione inquadrata nei risvolti più disturbanti come il bullismo e i rapporti poco professionali fra il prof.Hasumi e la sua allieva. Ma se Democrito aveva intuito tutto prima del tempo, anche Miike continua a colpire duramente lo spettatore, stavolta con i crimini del suo docente.Viene da chiedersi:l’autore ha perso il suo gusto per l’eccesso?Certo che no e lo vediamo quando Hasumi tortura un collega nel laboratorio o quella in cui si allena con le armi da fuoco davanti ad uno schermo basato sul teatro ottico con tanto di sottofondo jazz.

Ma allora perchè molti fans del regista riservano critiche feroci alle sue ultime produzioni,inclusa questa?Bisognerebbe dire loro che di fronte all’omologazione dell’estetiche e dei temi il suo cinema continua ad essere coraggioso, a imprimersi nella corteccia cerebrale nel meglio e nel peggio, raccontando la crisi che l’ipertecnologica civiltà giapponese, attraversa da anni senza accorgersene

 Voto: 7

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