Cinema Libri Registi — 11 Aprile 2016

Dall’eroina endovena alla “cocaina frizzantina”, la ricerca della roba attraversa vie assolate, umanità desolate, vite rubate. Sottomondi decentrati ai confini dell’illegalità si raccontano in un delirio asfissiante e senza speranza. La trilogia di Ostia di Claudio Caligari riprende la storia da dove Pier Paolo Pasolini l’aveva lasciata: il lungomare di Ostia.
Sulle tracce del regista e sceneggiatore piemontese, sbrigativamente etichettato come strenuo seguace del pasolinismo, ritorna Fabio Zanello, giornalista, scrittore e  critico , con “Il cinema di Claudio Caligari” (Ed. Il Foglio Letterario).

Una monografia che ripercorre la vicenda umana e cinematografica di un regista rigoroso che in trentanove anni di carriera è riuscito a fare solo tre film, ma tre film veri, puri com’era quel regista a lungo misconosciuto che amava il cinema al punto da non accettare alcun compromesso. Con curiosità e rigore, Fabio Zanello ci riporta sulle scene clou per andare oltre siringhe e sigarette e, cercare tra le righe della sceneggiatura le ragioni dell’emarginazione dal cinema di un regista che invece quel mondo amava. Così dando voce ai suoi attori e più fedeli amici, Claudio Caligari sembra riprendere vita. Dai ricordi di Valerio Mastandrea, definito “benzina forte del film” per la sua ricerca spasmodica di fondi per Non essere cattivo ai racconti di Emanuel Bevilacqua, il Rozzo de L’odore della notte, che nell’intervista di Zanello racconta del suo primo incontro con il maestro, della sua genialità, della sua eredità.
Controverso, affascinante, libero, così Simone Isola, produttore di Non essere cattivo, nella prefazione definisce quell’uomo coraggioso che si è dedicato fino agli ultimi momenti, nonostante la malattia incalzante, a lasciare un testamento poetico in forma di film, inseguendo con passione una sua idea di cinema, ruvida ma autentica. Un cinema in cui la finzione è solo il mezzo espressivo della verità che senza retorica né edulcorazioni racconta le piaghe sociali dell’Italia tra gli anni ’80 e ’90, scossa da Br, delinquenza e terrorismo in cui droga e criminalità riempiono i vuoti lasciati dalle istituzioni. Documentarismo, genere poliziesco, militanza politica e lo spaccato antropologico si contaminano nello sguardo di Claudio Caligari che però non sale mai in cattedra, ma con realismo lucido e spietato racconta il malessere giovanile del sottoproletariato e dei marginali.
Intorno alla metà degli anni Settanta inizia a Torino, nel quartiere sud di Mirafiori, il suo studio dei problemi della gioventù, la difficoltà del vivere alla giornata, il disinteresse totale di chi sta loro attorno che porta al primo documentario noto come Droga che fare (1976). Zanello ritorna al periodo in cui il regista inizia a scandagliare la genesi della nuova controcultura, filmando contestazioni e assemblee dell’università Statale.
Poi, il Movimento Politico del ’77 allontana Caligari dal cinema ma è proprio quell’esperienza che ispira i documentari più politici, tra cui Alice e gli altri. In un’intervista del 2005 così il regista spiegava la scelta del documentario: “Mi piaceva entrare a contatto con aspetti estremi della vita e riprenderne le dinamiche e quindi la forma documentaristica era l’ideale per mantenere viva la veridicità e la portata”.
Lo stesso approccio ruvido e pragmatico alla realtà delle cose ritorna nel primo lungometraggio, Amore tossico (1983), droga movie girato in presa diretta. “A colpire è sicuramente il lavoro schietto e corporeo sulla forma e sul linguaggio del documentario che viene smembrato e modellato per ridisegnare le coordinate di un film di finzione all’insegna dell’autenticità”, fa notare Davide Stanzione. Scritto insieme al sociologo Guido Blumir, Amore tossico racconta la diffusione dell’eroina in Italia attraverso un gruppo di tossicodipendenti romani che passano le giornate con l’ossessione di “svoltà” nel ricordo di Accattone. L’opera di Caligari si nutre evidentemente di neorealismo e pasolinismo ma senza farne di quest’ultimo un chiodo fisso. “Appropriazione indebita”, sentenziò all’epoca Alberto Farassino o piuttosto post-pasolinismo come preferisce Davide Stanzione, dove ogni cosa, anche a livello espressivo, è molto più ancestrale e istintuale e meno filtrata sul piano intellettuale rispetto alla messa in scena di Accattone e alla sua convergenza di storia dell’arte, musica classica, lampante presa di posizione politica e antropologica”.
Se Amore tossico è narrazione mascherata da cinema verità con attori ex tossicodipendenti, L’odore della notte è fiction pura. L’anno è il 1979, la notte è quella romana, l’odore è quello della paura delle vittime di Renzo e i suoi compari, dell’adrenalina dei raid nei quartieri di lusso, della violenza che ruba il benessere a chi lo sfoggia. Liberamente ispirato al romanzo di Dido Sacchettoni, Caligari ricostruisce le gesta della “Banda dell’Arancia meccanica”, citando Taxi driver di Martin Scorsese, rivisitando il polar francese e il noir alla Fernando di Leo.
E se L’odore della notte è un on the road criminale per le strade di una Roma livida e inquietante, Non essere cattivo (2015) si apre e si chiude on the road. Nell’anno in cui Roma torna alla ribalta con i suoi scandali di sempre, il cinema riprende il tema della malavita capitolina e il film di Caligari che chiude la trilogia sulla criminalità romana, riceve la candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Cesare e Vittorio, due tossicodipendenti sono legati da un’amicizia fraterna finché il loro rapporto cambia quando il più riflessivo Vittorio abbandona la vita violenta e cerca di dedicarsi a lavoro e famiglia. Zanello fa notare come Non essere cattivo sia un’ulteriore tappa nella riflessione sul valore esistenziale del viaggio interiore di Caligari. Realismo, onirismo, poliziesco, giovanilismo e commedia grottesca si miscelano tra cocaina e ecstasy in una Ostia post-pasoliniana, in cui si muovono due “figure antitetiche ma complementari- afferma Zanello- rese poderose e passionali dalle recitazioni nervose, naturalistiche e dolenti di Luca Marinelli e Alessandro Borghi”. “Benzina forte del film”, invece, è certamente Valerio Mastandrea
Cinema viscerale e al contempo lirico, che fa di Caligari l’erede di un pasolinismo che mette il corpo al centro e la verità prima di tutto, ma da quello se ne distacca per un realismo straniante che porta l’autenticità ben oltre la finzione. “Caligari –scrive Zanello- ci dà l’impressione di aspettare l’attimo in cui la recita lasciava il posto all’autenticità del qui e dell’ora, il momento in cui l’ira, l’angoscia, l’estenuazione, verso l’autore-tiranno si stampavano sulla pellicola.”

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