Archivio film Cinema Libri News Registi — 10 Settembre 2020

Nel prefinale ambientato nel bordello messicano de “Il mucchio selvaggio”(The Wild Bunch, 1969) Pike Bishop (William Holden) invita con fermezza i fratelli Tector (Ben Johnson) e Lyle Gorch (Warren Oates) con un perentorio “Let’s go!” e Lyle gli risponde “Why not?” Così si avvia alla sua apocalittica e deflagrante conclusione (ben 3000 inquadrature) uno dei western più rivoluzionari (nel senso più letterale del termine) e analizzati dalla critica nella storia del cinema. Sam Peckinpah, scomparso nel 1984, del resto amava i tipi coriacei che erano disposti a salire sull’altare del sacrificio, per soccorrere l’amico Angel (Jaime Sánchez), prigioniero di un turpe dittatore come Mapache (Emilio Fernández). E Antonio Pettierre autore della monografia “Il cinema di frontiera di Sam Peckinpah” (Ed.Arcoiris) scrive infatti dei “conflitti epici tra lui e gli studios per terminare le riprese dei suoi film e per ottenere il final cut”. Come i suoi anti-eroi ostinati, malinconici e feroci il regista si ritrovava sul set ad ingaggiare spesso una battaglia personale contro una natura umana più o meno ostile. E come i veri maestri Peckinpah ha inventato un suo linguaggio, che lo ha reso un faro per generazioni di filmakers successivi, che si sono votati ai generi: ralenti polisemici nelle scene d’azione o di sparatorie, piani medi, montaggi alternati, la violenza in ogni sua declinazione e un gusto spiccato per il postmoderno. Nell’analisi testuale di ogni titolo della filmografia dello zio Sam, Pettierre si destreggia cosi abilmente fra aneddotica, sintassi filmica e tematiche che ovviamente imbasticono una continuità fra un lungometraggio e l’altro, avvalendosi anche di una cospicua bibliografia . Nel capitolo su “La ballata di Cable Hogue”, film assai sottostimato ai tempi, ma molto amato da Peckinpah, Pettierre scrive: “la stazione come punto di passaggio geografico diviene così emblematico luogo di mutazione temporale: di nuovo della vicenda individuale di un uomo e della storia moderna in uno stato violento all’affacciarsi del XX secolo.” Una storia forse residuale quella messa in scena da Peckinpah in un film complementare ad un altro affresco sull’elegia della frontiera come “C’era una volta il West” di Sergio Leone, anche per la presenza dell’attore Jason Robards, in un’America in cui essere contro suonava terribilmente antistorico. E proprio per questo l’approccio del regista di “Sierra Charriba”,” Pat Garrett e Billy Kid”, “Cane di paglia”, “La croce di ferro” e “Killer Elite” è ancora molto adatto ai tempi in cui viviamo.

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