Cinema Eventi News — 16 agosto 2014

Il libro è una tesi di laurea rielaborata per la pubblicazione (Mimesis Edizioni) e l’autrice è Cristina Formenti. La studiosa, basandosi su osservazioni altrui, prima definisce così il ternine mockumentary: “critici e teorici della settima arte sono inclini a considerare il Mockumentary un sotto-genere del documentario o, più spesso, un genere cinematografico a sé stante”, poi ne rileva la vocazione sperimentale anche nel cinema commerciale quando scrive: “Non meno importante è il fatto che il ricorso alle estetiche documentarie consenta di approcciare in modo originale soggetti ampiamente sfruttati. Si prenda ad esempio il già citato Cloverfield. È proprio la scelta di adottare il punto di vista soggettivo (e quindi limitato) di un inesperto videoamatore a evitare che questo monster movie diventi semplicemente l’ennesima storia di fantascienza in cui una creatura spaventosa minaccia la sopravvivenza degli abitanti di una metropoli, rendendola invece un prodotto innovativo”. Infine aggiunge è anche sempre un “metadocumentario”, ovvero “un prodotto che s’interroga sul carattere epistemico del documentario”. A parte il doveroso omaggio ad un pioniere riconosciuto come Orson Welles e la sua trasmissione radiofonica War of the Worlds, la Formenti ricorre a tutta la sua competenza e  di fatto ricostruisce per tipologie la storia del mockumentary, una delle forme filmiche  più polimorfe del cinema contemporaneo anche per mezzo degli  archetipi: mock-rockumentary (This Is Spinal Tap di R. Reiner); l’hoaxe, il mocku-biopic (Forgotten Silver di C. Botes e P. Jackson); il mocku-horror (The Blair Witch Project di D. Myrick ed E. Sánchez); il mockumentary storico-politico (Death of a President di G. Range).
Il risultato è un pregevolissimo tentativo di sciogliere il bandolo di una matassa, denso di citazioni testuali, modalità produttive e ragionamenti sul cinema.
Particolarmente eloquente è la storia di This is Spinal Tap (1984) opera seminale del mai sufficientemente elogiato Rob Reiner (Harry ti presento Sally e Codice d’onore), un mock-rockumentary su un gruppo musicale apocrifo destinato a diventare la mockuband più celebre delle storia del cinema: gli Spinal Tap. Sotto lunghe parrucche, che richiamano le capigliature dei rocker dell’epoca, spuntano i volti dei comici Harry Shearer, Michael McKean e Christopher Guest, i quali eseguono dal vivo il brano Rock and Roll Nightmare, introdotti dallo stesso regista.
This is Spinal Tap diviene così negli anni un cult e viene scambiato da molti spettatori per reale, anche per la bravura degli interpreti americani che sfoggiano un un accento inglese così convincente da sembrare realmente britannici.
La Formenti aggiunge: “Un ruolo altrettanto importante nell’indurre i fruitori a instaurare un modo di lettura documentarizzante è assolto poi dalla presenza di numerose marche veridittive, quali la grana grossa delle immagini, brevi inquadrature fuori fuoco, 13 bruschi movimenti di macchina e didascalie volte a indicare la qualifica del soggetto mostrato o le diverse località ove giunge la band. Inoltre, in linea con quanto accade normalmente nei rockumentary, le esibizioni degli Spinal Tap sono documentate ricorrendo a contre-plongée o riprese laterali dei diversi musicisti, inquadrature della folla che assiste allo spettacolo e campi medi o lunghi in plongée raffiguranti contemporaneamente membri del gruppo intenti a suonare e fan in delirio”.
Sui mockumentary italiani c’è un capitolo dedicato a Il Mundial dimenticato (2011) di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni: “Tra i racconti che Osvaldo Soriano dedica al calcio ve n’è uno dal titolo Il figlio di Butch Cassidy, ove si narra di un fantomatico mondiale che «non figura in nessun libro di storia, ma si giocò nella Patagonia argentina», nel 1942. È dalla lettura di tali pagine che i registi Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni traggono l’idea di girare un mockumentary che dia conto di quanto sarebbe accaduto se questo torneo si fosse effettivamente disputato.”

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