Archivio film Cinema News — 25 Febbraio 2020

Light of my life è fotografato da Adam Arkapaw, direttore della fotografia anche de Il re di David Michôd e non per nulla la luce che penetra le immagini dell’opera prima di fiction di Casey Affleck reca una densità placidamente livida, insolita per un disaster-movie. Un’immagine che è intensa proiezione del desiderio di continuare a vivere pur dopo un lutto come quello vissuto dal protagonista e dalla figlia, che rimpiangono moglie e madre e sperimentano un dolore senza speranza di condivisione, perché il padre, mentre vive il suo dolore con la bambina, nasconde quest’ultima da un’umanità di soli uomini che ha fatto rovinosamente i conti con il femminile. La luce del titolo è spiraglio di sopravvivenza dentro uno scenario contrassegnato da persistenti zone d’oscurità che avrebbero bisogno di una mappatura ma che nel film di Affleck sfuggono alla collocazione del film banalmente sensazionalistico, il racconto ponendosi nella disturbante silenziosità di una rappresentazione fatta di rarefazione e momenti implosivi, dove un padre cerca di proteggere la figlia undicenne dopo la un’epidemia non ben definita che ha cancellato gran parte del femminile. Pochissime donne popolano ancora il pianeta, e vivono in una condizione di pericolo costante. Road movie apocalittico non estraneo alle atmosfere di Cormac Mccarthy, Light of my life cadenza con silenzi plumbei, pronti a ridestarsi in improvvisi guizzi di ansia concitata, l’andatura di un on-the-road in cui a modularsi, con sempre più sorpresa, è la percezione che si ha della figlia Rag, costretta a dover far finta di essere un maschio, di cui viviamo con ansia la mimetizzazione che pure non è sufficiente a sottrarla al pericolo, perché, nonostante le molte precauzioni e gli accorgimenti del padre protettivo, qualcuno è sulle loro tracce. Nella sua orgogliosa indipendenza, il film ambienta il vagabondaggio in boschi e case disabitate, e l’apprensione per la sorte di Rag cresce lentamente ma con cadenze inesorabili, attraverso la misura intimamente matura che Affleck riesce a dominare senza toni caricati, salvaguardando la regola di mostrare la perfetta mimetizzazione come strettoia della percezione per individui che sono costretti a fingere di essere altro. E’ il maschio ad essere richiesto per l’incolumità, tutte le volte che non è possibile evitare il contatto con gli altri individui, residui di un’umanità monca e drammaticamente costretta alla solitudine e alla vecchiezza, rappresentata senza note forzate o caricaturali, ma ineffabilmente costretta, venendo meno il femminile, ad assumere colori smunti e brutali. Individui resi senza scrupoli, bruti del contagio che richiamano inevitabilmente titoli esemplari del sotto-genere fantascientifico, come The Road o I figli degli uomini. Senza il bisogno di raccontare città devastate da crolli fantascientifici, Light of my life è eloquente per il disagio che suggerisce in maniera fisica, per la desolazione della solitudine e la scelta di evitare il contatto con gli altri, che si esprime nei tentativi del padre di nascondere la figlia, espressione di un attaccamento esemplare che diventa talmente appassionante da apparire raro. La ragazzina, che salverà il genitore prendendosi la sua parte di responsabilità, pronuncia la frase che conclude il film lasciandone come una definizione: “è un viaggio d’amore”. Affleck, preferendo per la sua regia il distacco dal genere risaputo, non per questo raffredda la scena: il suo film, lineare, inesorabile, delinea una vicenda di possibile complicità, quella di un padre che racconta alla figlia favole nella tenda lontano da tutti, affinché la confidenza con i racconti del mito possa permetterle di ravvisare un senso o un’allegoria, come il racconto dell’Arca di Noè, in grado di offrire una qualche comprensibilità a quanto sta vivendo. Con le parole, il padre propone una prospettiva di sguardo, retrospettivo più che lanciato verso un possibile futuro, in grado di suggerirle un mondo reale non solo abitato da morti imminenti, dove la frase pronunciata nella semi-oscurità della tenda risuona come il contro-canto umano della natura, primordiale e realistica, che il film ci mostra in una condensazione fagocitante di paure, ricordi e desideri. Nel loro viaggio insieme, scorre per la ragazzina il tempo della pubertà, dell’adolescenza, di quella storia dello sviluppo psichico che si accompagna, sotto la forma di metafore e problemi reali, all’esistenza di Rag che, nonostante tutto, ha la fortuna di avere un genitore in grado di proteggerla e di portarla fino a quel punto del cammino, tra corse e nascondigli, pericoli che la natura prospetta in fondo molto meno di come sappia fare un’umanità di uomini regrediti dallo spettro della paura. Film intenso e personale, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Casey Affleck, è stato concepito più di dieci anni fa ma l’esperienza dell’essere genitore e il divorzio dalla moglie hanno dato un’impronta in quella che appare come la forma definitiva del film, in cui il rapporto tra un padre e una figlia di undici anni conduce a interrogativi etici e morali (su etica e morale, nel film, si interrogano peraltro solo i due protagonisti nei loro vagabondaggi nel bosco), a domande sulla crescita e l’assunzione di responsabilità, allo schiudersi di inquietudini come quando sia il momento più opportuno per lasciar andare una figlia affinché si sorregga e difenda in autonomia. Le influenze cinematografiche, da Weir a Lynch, sono evidenti nella loro autorevolezza, quasi più della suggestione teatrale evocata dal titolo (tratto da una frase dell’Andromaca di Euripide) in una concezione estetica che si segnala come stilisticamente convincente.

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