Archivio film Cinema News — 02 Luglio 2019

“Come ogni poliziotto è un criminale

E tutti i peccatori santi

Come le teste sono code

chiamatemi solo Lucifero

Perché ho bisogno di un po’ di moderazione

Quindi se m’incontrate

Abbiate un po’ di cortesia

Un po’ di comprensione e di gusto

Siate educati come vi hanno insegnato

O disporrò che la vostra anima sia dannata

Piacere di conoscervi

Spero indovinerete il mio nome

Ma ciò che vi lascia interdetti

È la natura del mio gioco”

THE ROLLING STONES, Sympathy for the Devil

L’ultima volta che il caso Theodore Bundy è stato portato sullo schermo risale a una decina d’anni fa con Bundy: An American Icon, agiografia diretta da Michael Feifer, interpretata da Corin Nemec e preceduta, un lustro prima, da altri due biopic, di cui uno televisivo firmato da Paul Shapiro con Billy Campbell protagonista. Il primo volto a impersonare il maniaco omicida che tra il 1974 e il ’78 compì una trentina di efferati delitti, fu però Mark Harmon, in un altro prodotto tv circolato anche in Italia col titolo Il mostro. L’avvocato di Bundy, Polly Nelson, nel proprio volume La difesa del Diavolo avrebbe dichiarato come quest’ultimo lavoro, che riprendeva semplicemente ciò ch’era stato dimostrato, fosse “incredibilmente accurato” e la sua uscita avvenne quando ancora Bundy si trovava nel braccio della morte. Trent’anni dopo l’esecuzione, il regista Joe Berlinger torna a far luce su una delle figure più agghiaccianti della cronaca statunitense degli anni Settanta, oggetto di citazioni e rimandi nonché prototipo per molte figure di serial killer in narrativa (basti ricordare che Thomas Harris ci s’è parzialmente ispirato per Hannibal “The Cannibal”). Il progetto di Berlinger annovera anche un documentario in quattro puntate targato Netflix, Conversazioni con un killer – The Ted Bundy Tapes, che lavora sul materiale audio registrato in carcere dallo stesso omicida, ma a dare spunto a Ted Bundy – Fascino criminale, anziché l’inchiesta del reporter Richard W. Larsen, è un libro, The Phantom Prince, che una segretaria della divisione medica universitaria, Elizabeth Kloepfer (con lo pseudonimo Kendall), dedicò alla propria vita col compagno. Si va così dal primo incontro a Seattle alla dolorosa scoperta della catena di delitti, lungo un tourbillon di angosce e sensi di colpa che la portarono alla depressione e all’alcolismo, rimarcati dal morboso fascino che Ted – continuando a proclamarsi innocente e paragonandosi a Papillon – per anni esercitò su di lei. Sicché, come le immagini introduttive da subito mostrano, la narrazione sceglie di adottare il punto di vista di Liz, talvolta cambiando i nomi dei coinvolti ed escludendo quelli delle vittime, indicati in una dicitura conclusiva (ma l’elenco potrebbe essere più lungo). Omettendo come nel format dell’86 infanzia e primi anni di vita del maniaco, Berlinger – all’attivo come film maker per autentiche storie di omicidi – segue una cadenza sensibile al salto temporale, in cui l’ultima visita della Kendall all’ex compagno nel 1989, con la quale l’agiografia si chiude, torna a vent’anni prima cedendo il posto al flashback in un continuo andirivieni. Tutto fa pensare che quell’aitante, misterioso giovanotto, che s’avvicina a una giovane madre single davanti al juke-box d’un locale, non possa essere la figura “estremamente, incredibilmente malvagia e vile” descritta dal titolo originale. E l’autore depista il pubblico per diversi minuti prima di mostrare il primo arresto nello Utah nel ’75, quando un’auto della polizia trova Bundy in possesso di alcune prove incriminanti (una torcia, una fune, un paio di guanti e una spranga), ma pur non rinunciando a qualche tocco di suspense (Liz scopre che la sua bambina è scomparsa, e poi la trova in cucina con Ted che prepara la colazione), la view adottata è quella d’un sociologo che si limita alla descrizione imparziale dei fatti. L’alternanza di home movies in 16mm, che mostrano attimi di felicità in casa Kloepfer, e d’immagini giornalistico-televisive sugli atroci delitti, con tanto di testimonianze e interviste, sembrerebbero avvalorare la buona fede di chi, anni prima, aveva firmato il trittico Paradise Lost, dove i crimini non sono mai mostrati ma solo accennati. Ma le intenzioni originarie stemperano presto la sceneggiatura di Michael Werwie in un ibrido tra il più convenzionale prodotto giudiziario da piccolo schermo e il collaudato film carcerario (le evasioni costantemente messe a punto da Bundy, di cui una in stile Fuga da Alcatraz). Lo stesso ritratto dell’omicida offerto dal divetto Zac Efron (qui anche co-produttore esecutivo), impegnato in un delicato e a tratti impressionante esercizio di mimesi col vero Bundy, spiazza sovente lo spettatore, indeciso se quello che ha di fronte sia un genio del Male o un narciso esibizionista, beffato all’uopo da chi la legge la conosce meglio (il detective che lo incastra nello Utah e lo fa trasferire in un carcere in Colorado, o uno sceriffo della Florida che strumentalizza il caso Bundy per ottenere voti). Ma nel frattempo il biopic è già stato trascinato nel medesimo circo mediatico che il protagonista impiega per fornire di sé un’immagine d’ingiusta vittima, tentando di volgerlo a suo favore nella schermaglia con l’inflessibile giudice Cowart (John Malkovich) e trasformando il processo in una proposta di matrimonio con Carole Ann Boone, l’unica a credere nella sua innocenza. “Sono più popolare di Disneyworld”, dichiara spavaldo: il che, nonostante la morale pubblica si scuota e divida, non impedisce a molte donne intervistate di professarsi affascinate da lui, e perfino di amarlo. A far le spese dell’operazione è il primigenio fattore, la verità di Elizabeth, la cui vulnerabilità, sul labile filo della costernazione e della vergogna, cela a lungo il motivo di quell’amore “drogato” e del suo morboso ascendente. Benché solo dopo si sappia che proprio lei ha dato la soffiata alla polizia mediante l’identikit su un giornale, Ted Bundy – Fascino criminale non riesce a spiegare come il senso di colpa sia innescato dall’inesprimibile empatia verso una figura contorta, oltreché da una relazione costruita sulle bugie, e il saperlo da sempre accentua il pentimento di Liz, che si ritiene responsabile di non aver potuto salvare alcune vittime (nella realtà, altresì, la collaborazione tra la Kloepfer e la polizia risulta più corposa). A conti fatti, l’opera di Berlinger appartiene a quel genere di confezione cerchiobottista utile a spiegare ogni personaggio controverso e offrire, magari, qualche spunto in più su un’America malata, eppure non necessaria a declinare un’accertata verità su tali malefiche genie. Si ricorre a soluzioni elementari (il cane che si ritrae da Bundy pietrificato dai suoi occhi inquietanti), stereotipate (il disegno della figlia di Elizabeth raffigurante uno squalo-volpe) o déjà vu (le effusioni tra i due partner sulle note della 9a di Beethoven). Lo stesso colpo di scena nell’epilogo, in cui Liz taglia corto intimando al mostro di “liberarla” dal fardello della colpa e dirle la verità, è troppo costruito con ingredienti thrilling ad alta tensione per non risultare retorico, e la scelta della mozartiana Regina della Notte a far da contrappunto sa di maniera. In un climax sinistro e macabro, curiosa la scelta d’un barbuto e corpulento Haley Joel Osment (proprio lui: il bimbo che diceva di veder la gente morta) quale angelo salvatore di Elizabeth, come lo è ritrovare in colonna musicale quella Crimson and Clover di Tommy James & The Shondells già presente in un altro film su un serial killer, Monster. E anche se la fedeltà dei fatti è riproposta con dovizia, e sugli ending credits banalmente si ricorra ai veri filmati di cronaca (inclusa la nota sentenza del giudice Cowart), Ted Bundy – Fascino criminale non aggiunge né sottrae granché a qualcosa, per fortuna, di ancora oscuro. Che forse solo l’esergo di Goethe in apertura (“Poche persone hanno immaginazione per la realtà”) cinge nella propria sfuggevole ombra.

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