Cinema News — 25 gennaio 2013

Stati Uniti, 2012

Regia: Steven Spielberg

Cast: Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon-Levitt, Sally Field, James Spader, David Strathairn

Durata: 150’

 

Le prime immagini di “Lincoln”, ultima fatica dell’Uomo-Cinema Steven Spielberg, ci raccontano la guerra, quella sporca e sanguinosa guerra che conosciamo con il nome di Secessione. Un ammasso di corpi fangosi, fragorosi, sanguigni e insanguinati che si scontrano, si dilaniano e si straziano come in ogni sporca e sanguinosa guerra. La mente dello spettatore vola inevitabilmente verso “Salvate il soldato Ryan”, forse la più lucida e appassionante pagina cinematografica moderna che racconta della seconda guerra mondiale, ma, malgrado l’uomo dietro la macchina da presa sia il medesimo, i due film sono quanto di più lontano si possa immaginare. “Lincoln” non parla davvero della guerra, neanche in quel paio di minuti iniziali che fungono da contestualizzazione storica. “Lincoln” parla di politica e delle azioni di un manipolo di “uomini che contano” impegnati a battersi per far valere le proprie idee.

Però “Lincoln” non convince perché tutto profuma di Academy Awards fino a raggiungere la nausea e a fine della non certo leggera visione si ha la sensazione che Spielberg abbia fatto questo film non perché lo sentisse realmente suo, ma piuttosto perché potrebbe essere un ottimo “cavallo di Troia” per espugnare le mura degli Oscar e la recente vittoria ai Golden Globe per Daniel Day-Lewis come miglior attore protagonista ne è già un presagio.

Lincoln” racconta gli ultimi mesi di vita di Abraham Lincoln, 16° presidente degli Stati Uniti, che in quel periodo si batteva per far approvare il 13° Emendamento, che avrebbe abolito legalmente la schiavitù in America e di riflesso fatto concludere la Guerra di Secessione. La via per l’approvazione è lunga e tortuosa, fatta di ricatti e ricorsi nella Camera dei Rappresentati e tocca da vicino anche la vita privata di Lincoln in quanto suo figlio Robert vuole partire per la guerra.

I 150 minuti che compongono il nuovo film di Spielberg ruotano tutti attorno all’iter burocratico che deve compiere questo emendamento, fatto di proclamazioni, ricorsi, scissioni, corruzioni, tradimenti, ricatti, tutto rigorosamente in burocratese anche se va riconosciuto al regista un certo senso del ritmo che dona epicità a fatti ed eventi che francamente è difficile riuscire a considerare minimamente coinvolgenti. E “Lincoln” si struttura tutto così, tra una cura formale impressionante (ma sarebbe potuto essere il contrario?), ottimi attori e tante chiacchiere che fanno di questo film uno dei meno memorabili dell’iter registico di Spielberg.

In un periodo il cui il primo Presidente repubblicano ha destato l’interesse del cinema anche con prodotti di una certa follia, come “La leggenda del cacciatore di vampiri” di Timur Bekmambetov in cui Lincoln ammazza non-morti a tempo pieno, Spielberg decide di affrontare la vicenda dell’uomo prima che del mito. Un approccio che si poteva aspettare dal regista di “E.T. – L’extraterrestre” e che a conti fatti appare sicuramente scelta adeguata. Abraham Lincoln ci viene descritto con estrema umanità e inquadrato all’interno del contesto familiare, tra la moglie esigente, il figlio maggiore irruento e quello minore in fase di continuo imprinting. La figura di uomo e Presidente che ne viene fuori è degna della fama di ottimo narratore di Spielberg e infatti le parti in cui Lincoln è inquadrato nella sua vita familiare sono sicuramente le più appassionanti e riuscite, grazie soprattutto alla capacità del regista di inserire questo ritratto di famiglia in una sua personalissima poetica votata alla descrizione dell’istituto familiare americano, tematica che Spielberg porta avanti con coerenza fin dai tempi de “Lo squalo”. Se da questo ritratto salta fuori qualche ovvietà francamente evitabile, come il figlio un po’ ribelle (interpretato dal prezzemolo Joseph Gordon-Levitt) che vuole servire a tutti i costi il suo Paese, personaggio retorico che ricorda in negativo il figlio di Tom Cruise in “La guerra dei mondi”, l’immagine che emerge invece di Lincoln e sua moglie sono esempi di buon cinema. Diciamo che Spielberg tende alla mistificazione, facendo emergere sempre e solo elementi positivi del Presidente, un uomo simpatico, cordiale, attaccato alla famiglia, onesto e gentile con il prossimo, facendone quasi il ritratto di un santo piuttosto che di un Presidente invischiato in una sanguinosa guerra civile. L’occhio di Spielberg ci può comunque stare perché parliamo di un regista che ama raccontare storie prima che la Storia e per entrare in empatia con una figura di tale calibro, questa era probabilmente la scelta più indicata. Daniel Day-Lewis è fantastico nel dar corpo a Lincoln, sia per incredibili capacità mimetiche, sia per le sue indubbie doti attoriali. Ma va riconosciuto un gran merito anche a Tommy Lee Jones, che interpreta Thaddeus Stevens, leader dei radicali repubblicani, forse il personaggio più riuscito e memorabile dell’intero film. Ottima, come sempre, Sally Field, indimenticabile in film come “Mrs. Doubtfire” e “Forrest Gump” e recentemente vista nel ruolo di zia May nel reboot di “Spiderman”.

Questo è “Lincoln”, dunque, un biopic che parla della Storia americana e di una pagina importante come la fine della Guerra Civile, solo che lo fa approcciandosi al tema sotto un punto di vista pesantemente politico e infarcito di retorica e buoni sentimenti. Tutti bello, tutti bravi ma di questo film francamente non se ne sentiva proprio il bisogno.

 

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