Archivio film Attori Cinema News — 03 Gennaio 2017

Titolo originale: Lion
Regia: Garth Davis
Soggetto: Saroo Brierley, Larry Buttrose (memorie)
Sceneggiatura: Luke Davies
Fotografia: Greig Fraser
Montaggio: Alexandre de Franceschi
Musiche: Dustin O’Halloran
Interpreti: Nicole Kidman, Dev Patel, Rooney Mara, David Wenham, Nawazuddin Siddiqui, Eamon Farren, Tannishtha Chatterjee
Produzione: See-Saw Films, Aquarius Films, Screen Australia
Distribuzione: Eagle Pictures
Origine: Australia. Gran Bretagna, U.S.A.
Anno: 2016
Durata: 120 minuti

Ci sono luoghi che, nell’immaginario collettivo, hanno caratteristiche ben definite. In questo bagaglio di immagini appartenenti a paesi a noi lontani rientra l’India così come ci è giunta attraverso le pagine di Lapierre ne “La città della gioia” o di Rushdie ne “I figli della mezzanotte”; un’India complessa e variegata, affamata e caotica, colorata e rumorosa.
Come pensare a Bombay/Mumbai, Calcutta, Delhi – solo per citare le più famose – e non immaginare la folla che tutto e tutti trascina implacabile o l’immondizia che tappezza di colori e odori le strade cittadine o, ancora, la difficoltà a raccapezzarsi tra la molteplicità di lingue che si mescolano tra le varie etnie? E, poi, la povertà. Una povertà che permea di sé le città, i villaggi, le case, le anime, con il Gange o l’Indo a fare da sfondo giallo ocra alle vite.
E’ in questa India che si svolge la vicenda – realmente accaduta – di Saroo, bambino di cinque anni che, accompagnando il fratello in un tentativo di furto di carbone, si smarrisce iniziando un rocambolesco viaggio in cerca di una madre e una casa che, mai dimenticate ma relegate in un angolo del cuore, ritroverà solo da adulto.
Saroo, infatti, poiché non conosce il nome della madre e storpia il nome del proprio paese di origine – oltre che il proprio – dato che non si esprime in bengalese e quindi non viene capito dagli abitanti di una Calcutta indifferente se non addirittura ostile, finisce in strada con i bambini di Calcutta, facili prede di uomini di malaffare; incontra e viene portato in casa da una donna che tenta di venderlo a uomini di un giro di pedo-prostituzione; viene accompagnato in una centrale di polizia e da qui è portato e rinchiuso in un orfanotrofio. E’ a questo punto che si ferma la sua storia indiana perché verrà adottato da una coppia australiana che decide di non avere figli propri ma di crescere e dare una vita decente a due figli altrui, rimasti soli.
Saroo quindi cresce in un continente tanto lontano quanto diverso dal proprio, in compagnia di un fratello adottivo (indiano anche lui) che mostra chiaramente i segni del disagio del proprio vissuto; segni che Saroo nasconde per anni nelle pieghe del cuore e che vengono fuori, prepotenti, quando fa conoscenza di coetanei originari dell’India e quando il sapore di un tipico dolce indiano, il jalebi, gli riporta alla mente il fratello e la sua vita “di prima”.
L’incontro con Lucy e il sentimento che nasce, infine, è la molla che fa scattare definitivamente il meccanismo della memoria e del desiderio che le due vite tornino a essere una e a coabitare pacificamente nella stessa persona.
Il giovane uomo, quindi, attraverso Google Earth riesce a ricostruire il viaggio del bimbo di cinque anni e, percorrendolo a ritroso, riesce a individuare con esattezza il proprio villaggio d’origine.
Partito con il benestare dei genitori adottivi, torna “a casa” e ritrova la madre e la sorella; nessuna traccia invece del fratello, morto investito da un treno la stessa notte in cui Saroo si era smarrito.
Film di grande spessore emotivo in cui la fotografia rimbalza dai paesaggi mozzafiato dell’Australia a quelli indiani e in cui l’interpretazione degli attori contribuisce a creare una tensione costante che oscilla continuamente tra l’angoscia, la tenerezza, la paura, il sollievo.
Emozionante e di una intensità elevatissima, l’interpretazione del piccolo attore che interpreta Saroo bambino. Nonostante tutta la prima parte del film si svolga in indiano, lo spettatore è tenuto costantemente con gli occhi incollati allo schermo in cui campeggia, protagonista assoluto, l’indimenticabile viso dagli occhi di cerbiatto di Sunny Pawar.
Uno sguardo che sin dall’inizio prelude alle parole di Saroo adulto: “ogni notte mi addormento immaginando di percorrere la strada di casa e di rivedere mia madre, per sussurrarle all’orecchio: sono qui”.

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