Archivio film Cinema News — 26 febbraio 2016

Genere: Lo chiamavano Jeeg Robot
Regia: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Menotti
Fotografia: Michele D’Attanasio
Musiche: Gabriele Mainetti, Michele Braga
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti
Produzione: Goon Films, Raicinema
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità: Italia
Anno: 2015
Durata: 118 minuti

Enzo Ceccotti è uno di quei coatti romani che campa di colpi più o meno riusciti.
Per sfuggire alla polizia si tuffa nel Tevere lungo i titoli di testa, finendo dentro ad un barile di sostanze chimiche, che gli dona poteri soprannaturali come una forza smisurata e la rimarginazione di gravi ferite . Dotato di una volontà animalesca, mette inizialmente le sue capacità al servizio del Male, sradicando ad esempio un bancomat. Ma la sua vicina di casa, Alessia, una ritardata, figlia del suo ex-socio in affari, ossessionata dal cartoon Jeeg Robot di Go Nagai, addomesticherà l’uomo a più miti consigli, costringendolo ad un’ empatia con il manga giapponese. Anche perché c’è da combattere le malefatte del trucidissimo Fabio detto lo Zingaro, un ambizioso criminale che vuole entrare nel giro grosso. Con questo esordio nel lungometraggio Gabriele Mainetti, rientra fra nomi da appuntarsi in agenda, assestando un duro colpo all’aridità creativa del cinema italiano d’autore con questo intreccio urbano e fantastico sulla via della redenzione. Quella che potrebbe essere un’ordinaria storia di peccato e riscatto (im)possibile, scandita dai passaggi della narrazione antropocentrica secondo i dettami del folklore romanesco verso la criminalità di borgata ( lo Zingaro stringe loschi affari con i napoletani e alleva cani feroci nel suo quartiere generale), va oltre l’effetto vintage che un film così potrebbe produrre nello spettatore meno disimpegnato. Infatti, senza scomodare la decantata rifondazione dei generi nel nostro paese, nelle mani del regista diventa un dialogo aperto fra il neorealismo e il fumetto, mediato da una figura femminile, Alessia, che usa Jeeg Robot come una scusa per non guardare dentro sé stessa. In più la regia lavora bene sia sull’incontro fra squallore e bellezza lungo vie, palazzine e condomini fatiscenti sia sui dispositivi multimediali, dalle telecamere di sorveglianza del labirinto metropolitano agli smartphone, per denunciare la dipendenza ormai patologica della visibilità che attanaglia le nostre vite.
Il furto del bancomat compiuto da Enzo e la strage orchestrata dallo Zingaro nel covo dei rivali con una coreografia stile Arancia Meccanica, dopo aver acquisito i super-poteri dell’antagonista, fanno la gioia degli utenti di youtube per loro diffusione virale sulla rete con migliaia di visualizzazioni ma anche sulle singole inquadrature e sui movimenti di macchina.Il cui insieme consente di costruire uno sguardo cupo, notturno e traslucido su Roma, mai resa un habitat alla Gotham City nel cinema italiano come in questo caso. Una città contrappunto tentacolare di Enzo, un non luogo più vicino a Sacro Gra di Gianfranco Rosi, che all’estetica pop dei Manetti Bros. a cui il film può erroneamente essere accostato ad una prima impressione. Con le sue periferie spersonalizzanti e le sue strade irrorate dello stesso sangue che macchia le azioni dello zingaro, il lungometraggio è non è solo la mappatura di una città ai margini: è piuttosto l’insieme di una serie di incontri/scontri fatti da Enzo nel corso del tempo durante il suo percorso conoscitivo. Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli e uno straordinario Luca Marinelli, sorta di Joker all’amatriciana che nell’ultima parte sfoggia un look da cantante glam, lavorano con incredibile convinzione su piste di sceneggiatura multiple che ne portano a galla una poliedricità di registro inedite. Merito di Mainetti, anche firmatario della colonna sonora.Tenetelo d’occhio

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