Archivio film Cinema News — 08 gennaio 2015

Titolo originale: The Hobbit: The Battle of Five Armies
Regia: Peter Jackson
Soggetto: J.R.R. Tolkien (romanzo)
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Guillermo del Toro, Philippa Boyens
Cast: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Lee Pace, Orlando Bloom, Cate Blanchett, Christopher Lee.
Fotografia: Andrew Lesnie
Montaggio: Jabez Olssen
Scenografia: Dan Hennah
Musiche: Howard Shore
Produzione: New Line Cinema, Metro Goldwin Mayer, Warner Bros, WingNut Films
Distribuzione: Warner Bros
Nazionalità: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2014
Durata: 144 minuti

 

Il Drago Smaug, scampato all’offensiva di Thorin e degli altri nani, sfoga tutta la sua rabbia attaccando ferocemente Pontelagolungo, seminando così terrore e morte tra la popolazione. Laggiù, Bard, fuggito di prigione, nonostante sia in balia della furia del drago, riesce a trafiggerlo con la Freccia nera dalla cima di una torre grazie all’aiuto di suo figlio giunto in suo soccorso. Nel frattempo Thorin e gli altri si asserragliano all’interno della Montagna Solitaria e il re dei nani inizia a manifestare degli strani sintomi, gli stessi che portarono suo nonno alla pazzia. Thorin sembra infatti legato morbosamente all’oro della montagna e nega di aver promesso una parte di esso agli uomini e agli elfi, rompendo così il patto stretto all’inizio del viaggio. La sua pazzia sembra inoltre acuita dalla spasmodica ricerca dell’Arkengemma, presa di nascosto da Bilbo il quale temeva che il ritrovamento della pietra preziosa da parte del re dei nani avrebbe aggravato la sua malattia in maniera irreversibile. Nel frattempo Bard e il re degli Elfi Thranduil giungono per pretendere la loro parte di tesoro sulla quale vantano dei diritti, ma il rifiuto categorico da parte di Thorin provoca una dichiarazione di guerra degli alleati elfi e uomini contro i nani. Il malvagio Azog, intanto, avanza anche lui con le truppe di Sauron in direzione della Montagna Solitaria…

Ultimo capitolo della seconda trilogia dedicata alla Terra di Mezzo diretta da Peter Jackson, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of Five Armies) chiude definitivamente il vastissimo cerchio aperto ormai tredici anni prima con Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello (Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring, 2001). Nata sotto una stella sfortunata – problemi legali e disaccordi vari, uno su tutti la rinuncia all’ultimo di Guillermo Del Toro come regista per dissapori con la MGM – la trilogia con al centro Bilbo è per molti versi inferiore al kolossal più rappresentativo degli anni 2000 di cui è il prequel. Nonostante l’angosciosa e oscura impronta di Del Toro nella sceneggiatura sia evidente e particolarmente interessante, il disperato tentativo di legare a tutti i costi l’avventurosa spedizione dei nani in cerca dell’oro perduto con le vicende riguardanti la guerra di Sauron con la Terra di Mezzo diventa un pedante esercizio di citazioni e collegamenti che restituiscono purtroppo un’immagine dell’opera che difetta strutturalmente di identità artistica. I primi due film, più densi dal punto di vista dei contenuti e delle relazioni tra i personaggi, finiscono con il diventare, da una parte, una sorta di Genesi svelante parentele e focolai di dissapori tra personaggi futuri, e dall’altra un impetuoso quanto misero trampolino di lancio per i fuochi d’artificio che caratterizzeranno quest’ultima parte. La battaglia delle cinque armate, infatti, sembra tenere per sé tutta la tensione adrenalinica che nei primi due capitoli risultava a volte strozzata e volontariamente trattenuta, così come le parentesi dedicate alle rappresentazioni spettacolari degli ambienti e degli effetti speciali. L’ultimo capitolo de Lo Hobbit parte subito a tutta velocità e a tutto volume e non diminuisce d’intensità fino alla sua conclusione. Battaglie epiche, acrobazie esaltanti (Legolas si riconferma più spericolato di Spiderman) e duelli senza fine restituiscono allo spettatore – tutto insieme e con gli interessi – quel debito di magnificenza che nei precedenti capitoli era sembrato piuttosto deficitario. Uno spettacolo per gli occhi, un turbine di combattimenti che avrà certamente placato la sete di grandiosità che stava bruciando la gola a moltissimi fan nostalgici, ma che purtroppo non colma la fastidiosa approssimazione nella costruzione dei personaggi che infatti appaiono bidimensionali e troppo ancorati alla definizione che di loro era stata data nella precedente trilogia. Si ha la sensazione che Jackson sia partito da troppi elementi dati per scontato, primo fra tutti proprio l’ipotetica accessibilità dei protagonisti nei confronti degli spettatori, figlia del loro precedente “avvicinamento” con Il signore degli anelli.

Molto fumo e poco arrosto. I sentimenti stavolta non sono sufficienti.

 

 

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