Cinema News — 29 agosto 2013

Ridley Scott, nato nel 1937 in una cittadina inglese, è uno dei registi più acclamati, a livello internazionale, dell’ultimo trentennio.

E’ anche, però, un regista la cui carriera è stata costellata di alti e bassi, di ovazioni della critica e flop al botteghino, o al contrario (più raramente), trionfi di pubblico che hanno lasciato freddi gli esperti.

Il libro L’ossessione visiva – Il cinema di Ridley Scott (a cura di Andrea Fontana, Historica Edizioni) ripercorre la carriera di Scott dagli esordi fino al 2012 attraverso una serie di interventi di giovani critici in cui ognuno si occupa di un film offrendo la propria esegesi, la propria chiave di lettura.

Si parte dal fulminante debutto con I duellanti (1977) premiato al Festival di Cannes da Roberto Rossellini – capolavoro tratto da Conrad ambientato nella Francia napoleonica che rivaleggia in pittoricità solo con il celeberrimo Barry Lyndon di Kubrick – fino a Prometheus, atteso per la scorsa stagione come nuova frontiera della fantascienza ma accolto prevalentemente con una certa delusione.

Tra l’uno e l’altro, però, ci sono pellicole che hanno lasciato il segno nella storia del cinema, come Alien (1979) e Blade Runner (1982), vere pietre miliari del filone fantascientifico, film che, a più di trenta anni dalla loro uscita, hanno ancora tanto da dirci sul futuro dell’umanità.

C’è il flop di Legend (1985) in cui Scott trasporta il giovanissimo Tom Cruise in un mondo immaginario di allegorie fantasy, ci sono i thriller Chi protegge il testimone (1987) e Black Rain (1989) in cui il regista offre una lucida analisi sociale sotto la maschera del poliziesco: nel primo scopre il classismo della società statunitense, nel secondo lo scontro culturale con un Giappone che ancora non ha dimenticato le tragedie di Hiroshima e Nagasaki.

Ci sono poi i film cosiddetti “femministi” di Ridley Scott, che già in Alien aveva lanciato Sigourney Weaver come primo eroe donna della fantascienza: il celebre Thelma e Louise (1991) e Soldato Jane (1997). Ma sarà poi vero femminismo? Questo libro offre diverse e non banali chiavi di lettura anche su questo argomento.

Si arriva infine (passando per vari e immeritati fallimenti) ai successi del terzo millennio come Il gladiatore, American Gangster e Un’ottima annata, solo per citarne alcuni con il nuovo attore-feticcio Russell Crowe ma ce ne sono molti altri.

Il risultato è il ritratto di un regista sospeso tra arte e intrattenimento, tra l’ossessione per la creazione dell’immagine perfetta e il ritmo narrativo giusto per incollare il pubblico alla poltrona, tra la ricerca e la voglia di sfornare successi al botteghino.

Una lettura godibilissima, certo eterogenea per la quantità di critici utilizzati (magari con le tesi di qualcuno non si sarà d’accordo) ma che, proprio per questa peculiare molteplicità di vedute, offre chiavi interpretative nuove ed interessanti per chi conosce il cinema di Ridley Scott e per chi ci si accosta per la prima volta.

Stefano Pastore


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