Archivio film Cinema News — 25 Gennaio 2018

Regia: Andrey Zvyagintsev
Genere: Drammatico

Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev

Fotografia: Mikhail Krichman

Cast: Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Varvara Shmykova, Matvey Novikov, Daria Pisareva, Andris Keiss, Aleksey Fateev.

Produzione: Alexandre Rodnyansky, Serguey Melkumov, Gleb Fetisov, Vincent Maraval, Pascal Caucheteux, Gregoire Sorlat, Ekaterina Marakulina.

Nazionalità: Russia/Francia/Belgio/Germania
Anno: 2017
Durata: 128 minuti

Spesso accusato di essere schematico e manierista, Andrey Zvyagintsev si sta in realtà rivelando come un regista capace di leggere e interpretare in modo profondo e incisivo la società contemporanea, come dimostra il suo ultimo lavoro “Loveless”, con il quale l’autore realizza una chiara e potente metafora della Russia di Putin.

Qui i protagonisti sono Zhenya e Boris, due coniugi della media borghesia di Mosca che stanno divorziando tra molti litigi e discussioni, creando così un clima teso e opprimente anche per il figlio dodicenne Alyosha, al quale nessuno dei genitori sembra prestare molta attenzione. Un giorno, però, il ragazzo sparisce e non torna più a casa, scombinando così l’esistenza della coppia.

Nonostante tale vicenda sia più privata e meno direttamente politica di quella narrata dal precedente “Leviathan”, anche qui il contenuto sociale risulta chiaro ed efficace. Questo perché in “Loveless” quasi ogni personaggio, ogni dialogo e ogni evento rimandano all’attuale situazione sociopolitica del Paese: per esempio, se Zhenya con la sua estrema cura per il corpo, i suoi gusti alla moda e il suo amante ricco è la Russia affascinata dal lusso e dal capitalismo, la madre della stessa con la sua abitazione rurale e le sue icone religiose è la parte della Nazione più ortodossa e conservatrice, così come la dichiarata incapacità della polizia a cercare il bambino è il rispecchiamento di uno Stato allo sfascio e inefficiente.

Una condizione, quella del Paese, che viene descritta non solo dalla sceneggiatura, ma anche dal paesaggio circostante, costituito soprattutto dal bosco dove si perde il ragazzo e dagli edifici della città. Due spazi che acquisiscono una funzione semantica, perché se il bosco è il luogo dove l’umanità (e la Nazione) si smarrisce, i palazzi a volte abbandonati e a volte circondati dalla neve non solo creano un climax squallido e glaciale, ma si fanno anche simbolo di una Russia fondamentalmente sola e trascurata.

A sottolineare tutto ciò vi è la regia di Zvyagintsev, che adotta un ritmo volutamente compassato e si serve di una fotografia fredda e tendente all’azzurro (cromatismi che fanno parte della poetica del cineasta fin dai tempi de “Il ritorno”) per calcare l’atmosfera e il significato deprimenti del film.

Quello dell’autore risulta dunque uno stile difficile ma pregnante, che forma delle immagini e delle sequenze non solo significative, ma anche emotivamente strazianti e potenti, che il pubblico difficilmente potrà dimenticare, come quella del pianto muto di Alyosha o della corsa in tapirulan della madre con indosso una felpa con su scritto “Russia”.

Caratteristiche che confermano il talento registico di Zvyagintsev, autore capace come pochi altri di coniugare chiarezza espositiva a fascino visivo, riflessione profonda a ricerca estetica, realizzando così un cinema al tempo stesso limpido e complesso, ostico e attraente.

Una serie di qualità che hanno permesso a “Loveless” di vincere il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes (dove forse avrebbe meritato qualcosa in più) e che lo proiettano a essere uno dei favoriti ai prossimi premi Oscar nella categoria “miglior film straniero”, sperando che l’Academy ne riconosca il valore artistico.

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