Roman Polanski porta sullo schermo l’adattamento del romanzo An Officier and a Sky di Robert Harris e realizza un film dal tono inesorabile. Perturbante e prezioso,L’ufficiale e la spia ci accompagna con la sua densità tersa, intrecciando la drammaturgia di motivi scomodi, che la dimensione pittorica sottolinea. Film summa dei motivi ricorrenti nell’opera del grande regista, è in grado di trasmettere l’inquietudine di fine Ottocento, recando gli umori, le tensioni di una società di cui il caso Dreyfus – la vicenda del capitano dell’esercito francese condannato ingiustamente di alto tradimento -, fece affiorare le caratteristiche più oscure. Attraverso la ricostruzione dell’inabissamento della verità, Polanski sviluppa un viaggio impietoso nel tempo, tra le polveri sinistre della burocrazia e le meticolose contromosse dell’esercito francese. Un film sull’onesta’ della giustizia, il cui anelito investigante sorregge la ricostruzione dei fatti avviata da Georges Picard, illuminista della coscienza che smuove le carte della contraffazione quando, una volta eletto come nuovo capo dei servizi segreti dello Stato Maggio dell’Esercito francese, scopre l’infondatezza delle prove che permisero la condanna di Dreyfuss, ottenendo elementi inconfutabili contro un altro ufficiale quando Dreyfuss è ormai diventato l’indiscutibile capro espiatorio. Attraverso Picard, il regista mette al centro del racconto un individuo che non ha in simpatia gli ebrei ma che antepone sempre l’onestà, scelta che permette a Polanski molto presto di “mettere in scacco” lo spettatore, spingendolo dentro le (sue) contraddizioni e i (suoi) pregiudizi. Coadiuvato da interpreti davvero formidabili, il regista ottantaseienne compone il suo affresco di caratteri dando vita ai movimenti secondo precise scelte di adattamento. In primo luogo Jean Dujardin, dopo essere stato OSS 117, torna in gran forma tra le ombre della spy story, qui al servizio di una ricostruzione che svetta per la preziosità della ricostruzione, dove gli interni sono il cuore corrotto di una capitale francese ripresa con uguale fremito anche in esterni, tra bassezze e splendori. Tra l’onestà incorrotta di Piquard e l’innocenza negata di Deyfuss (cui Louis Garrel restituisce l’aspetto dolente e sdegnato), si staglia lo scenario di attori eccellenti come Mathieu Amalric e Olivier Gourmet, squallidi individui senza qualità, a comporre un dramma dell’indifferenza, in cui Dreyfuss è il protagonista primo dell’umiliazione. Una conseguenza del potere rappresentata sin dalla magistrale prima sequenza, nell’en plain air della degradazione pubblica, momento dal respiro solenne e pittorico, sintesi della discriminazione radicata nella Francia che nel 1895 condanna un ebreo a scontare sull’Isola del Diavolo colpe mai commesse.  L’indagine diventa una lezione di Storia e di cinema, dove affiora l’eleganza e la lucidità coraggiosa di uno Zola: scrittore che potrà dare il via al pensiero libero denunciando la compromissione del sistema giudiziario e militare dando voce alla denuncia di Piquard, un uomo solo che mise a rischio vita e carriera per la sua battaglia in onore di verità e giustizia. La principale presenza femminile, interpretata da Emmanuelle Seigner, è il volto di una relazione scomoda per l’irreprensibile protagonista ma al contempo promessa di speranza, di pensiero non imbavagliato e anti-convenzionale (il matrimonio visto già come una regola dell’altro secolo), voce della differenza in un film appassionato e rigoroso che punta il dito contro l’antisemitismo collegando la Francia di fine Ottocento a quella contemporanea. Leone d’argento alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

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