News — 30 gennaio 2013

Non esiste condanna più tremenda, per un autore, che quella di essere oscurato o, peggio, reso invisibile. E la figura di Elio Petri, come dolorosamente constatato da Bernardo Bertolucci, “è coperta da una grande nuvola di ingiustizia”. Non a caso, verrebbe da dire, scomodo e pericoloso com’era. Al punto che persino quelli teoricamente schierati dalla sua parte (la critica militante, i compagni di partito, la Sinistra benpensante) lo trattava con sufficienza. Del resto, questo è il destino che tocca agli animi puri, agli osservatori acuti e indipendenti, ai coraggiosi che si pongono come voce di denuncia lungimirante”. Perché questo era Petri, oltre che un fine cineasta (ma anche intellettuale, giornalista e critico) talmente innamorato dello stile dal non subordinarlo al contenuto (“non solo amava le immagini ma sapeva costruirle con le immagini”, disse di lui Tonino Guerra). E questo viene fuori dal bel saggio curato da Diego Mondella. Il quale, pur consapevole di non poter esaurire fino in fondo la figura e l’opera dell’artista, è riuscito comunque a restituirne l’identità attraverso le tre sezioni in cui è suddiviso il volume. La prima (“L’omaggio”), che rappresenta una sorta di tributo al regista passando per le sue opere più rilevanti. La seconda (“La sfida”), interessantissima, che ricostruisce i lasciti di Petri ancora evidenti nei colleghi di oggi, dimostrandone la contemporaneità. E la terza (“Ricordando Elio”), che ci regala le testimonianze di chi l’ha vissuto da vicino. Fra tutti, colpisce allo stomaco l’immagine che ne fa Amelio: “Un uomo che rifiutava la serenità come se fosse una colpa, inquieto e amaro”.

Erica Re

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