Archivio film Cinema News — 05 Aprile 2018

Titolo: L’ultimo viaggio (Leanders letzte Reise)
Regia: Nick Baker Monteys
Sceneggiatura: Nick Baker Monteys, Alexandra Umminger
Cast: Jürgen Prochnow (Eduard Leander), Petra Schmidt-Schaller (Adele), Suzanne von Borsody (Uli), Tambet Tuisk (Lew)
Fotografia: Eeva Fleig
Scenografia: Kade Gruber
Produzione: Christian Alvart, Siegfried Kamml, Timm Obervelland
Nazionalità: Germania
Anno: 2016
Durata: 107 minuti

Da Ella & John di Virzì a Remember di Egoyan, la produzione cinematografica ormai abbonda di arzilli ottantenni in viaggio, per fare i conti con il passato o per ritrovare se stessi. In questo filone, rientra anche L’ultimo viaggio del regista tedesco Nick Baker Monteys, un interessante film che apre molti altri interrogativi.
Alla morte della moglie, il novantaduenne Eduard Leander (Jürgen Prochnow) è candidato alla casa di riposo. Gli restano al mondo la figlia Uli e la nipote Adele (Petra Schmidt-Schaller), entrambe troppo occupate con le proprie vite per avere tempo per lui. D’altronde, Eduard non è mai stato un padre e un nonno amorevole. Laconico e scontroso, sembra arrabbiato con il mondo e non ha nessuna intenzione di adeguarsi ai piani della figlia. Mette in valigia alcune carte misteriose e un cappello da cosacco, e si dirige verso la stazione. Destinazione: Kiev, Ucraina. Uli non riesce a fermarlo per tempo e gli mette alle calcagna Adele, con l’obiettivo di farlo scendere dal treno. Far desistere un nonno testardo è impossibile. Rassegnata, Adele finirà per accompagnarlo in un viaggio che all’inizio le sembra il capriccio di un vecchio caratteriale, ma che le servirà per conoscere veramente suo nonno e un inimmaginabile segreto di famiglia.
La Germania negli ultimi decenni sta riappropriandosi di un passato che era stato messo in soffitta in nome della condanna del nazismo. I tedeschi sconfitti per anni non hanno avuto diritto di parola, se non per proclamare il proprio pentimento. Come in un western, il film della Storia scritta dai vincitori ha messo in scena buoni e cattivi. Senza mettere in dubbio la gravità dei crimini commessi dal regime hitleriano e le colpe di un popolo che quasi all’unanimità l’aveva sostenuto, negli ultimi anni riemerge – nel cinema e nella narrativa – il desiderio di dar voce a chi ha vissuto gli anni del nazismo, senza dare giudizi morali. L’ultimo viaggio tocca questo tema, con un approccio personalistico e intimo.
Al tramonto della vita, Eduard vuole ritrovare Svetlana, il suo amore perduto di gioventù. Nel 1941, ha combattuto come militare della Wehrmacht al fianco delle forze cosacche, che si erano rivoltate contro i sovietici. La guerra e la successiva prigionia gli hanno fatto perdere qualsiasi contatto con donna di cui era innamorato. Man mano che il film procede, si comprendono le ragioni di un uomo sconfitto, costretto dal destino a un matrimonio di ripiego, che non l’ha mai reso un marito e un padre felice. Prima o poi, nella vita è necessario fare i conti con il passato. Eduard non vuole morire senza sapere quale sorte è toccata alla sua amata.
Ambientato nel 2014, in pieno conflitto fra ucraini nazionalisti e minoranza filo-russa, L’ultimo viaggio è anche un tributo alla gente dell’Est – considerata inferiore dai nazisti – e alla loro ospitalità e allegria. Il viaggio alla ricerca della donna perduta del nonno è per Adele, ma poi anche per Uli, un’autentica scoperta. In fondo, pensiamo di sapere tutto dei nostri familiari e in realtà l’altro – anche chi è un parente stretto – può nascondere misteri insospettabili. Far pace con il passato per Eduard è anche un modo per esorcizzare i sensi di colpa che lo hanno tormentato per tutta la vita e per ritrovare una serenità perduta, anche nei rapporti con le due donne che sono la sua famiglia.
Ottimi Prochnow e di Schmidt-Schaller nei panni di nonno e nipote, la loro interazione efficace è il pilastro che regge l’intero film. Il contrasto tra l’anziano austero e la giovane punk lontana anni luce da lui riesce anche a far sorridere. Merita una menzione il personaggio di Lew, il giovane ucraino di origini russe che nonno e nipote conoscono casualmente in treno e che diverrà un ibrido fra un amico (per lui), un amante (per lei) e un fixer (per entrambi) nella ricerca tutt’altro che semplice, anche attraverso zone di guerra, delle tracce di Svetlana. Nella sua duplice identità di russo e ucraino, Lew riporta il film al presente e insinua ulteriori dubbi sulla follia dei nazionalismi esasperati. Un’ultima curiosità: L’ultimo viaggio è stato realmente girato in Ucraina, sfidando la guerra (quella vera).

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