Archivio film Cinema News — 26 Giugno 2019

Regia: Tate Taylor

Cast: Octavia Spencer, Juliette Lewis, Diana Silvers, McKaley Miller, Corey Fogelmanis

Durata 1h e 39 min.

a cura di Mario A. Rumor

Un gruppo di adolescenti a caccia di svago conosce per caso una donna di mezza età, Sue Ann, e le chiede di acquistare per loro qualche bottiglia di super alcolici. La donna prima rifiuta, poi offre lo scantinato della sua casa quale ritrovo per spasso e baldoria. L’unica condizione è quella di non mettere mai piede al piano superiore. Maggie, la nuova arrivata del gruppo, è la prima ad accorgersi di comportamenti insoliti da parte della donna ma le sue preoccupazioni restano inascoltate.

Tate Taylor sembrava un fuoriclasse quando nel 2011 realizzò The Help. In seguito, ha richiamato l’attenzione del pubblico grazie a Get on Up – La storia di James Brown (2014) e maldisposto l’umore di chi scrive con un film orrendo, La ragazza del treno (2016), basato su un orrendo bestseller di Paula Hawkins. Ora si ripresenta in sala con Ma, pellicola che sembra il lamento funebre delle devianze psycho al cinema nonostante le incoraggianti premesse (mai fidarsi dei trailer da oggi in avanti) e la presenza di una disdicevole Octavia Spencer e di una formidabile Juliette Lewis. Giusto per non sentirsi solo, da The Help Tate Taylor ha in effetti ripescato anche un’altra delle sue attrici e amiche di lunga data: Allison Janney a cui ha affidato la parte della dottoressa Brown che definire “di contorno” è addirittura limitativo (e offensivo per la sodale amicizia). Diciamo piuttosto: un supporto morale recitando da Allison Janney un ruolo che un premio Oscar come Allison Janney non avrebbe mai accettato.

Per quanti amano le rigorose griglie di genere, Ma si presenta come una sorta di thriller morboso che grida vendetta e pertanto a un certo punto si affida a venature raccapriccianti, salvo perdere ogni convinzione dopo cento estenuanti minuti di balletto stalking tra la suddetta “Ma” e un gruppuscolo di adolescenti assettati unicamente di sballo. Il fatto di vederli circolare a piede libero per metà del tempo non rende questo film automaticamente un teen movie, eppure ne avrebbe l’intenzione. Neanche le credenziali di rilievo – produce Jason Blum e la sua Blumhouse – fanno scattare il gettone fedeltà come chiunque si aspetterebbe ripensando ad altre e più fortunate esperienze nel genere da parte della factory. Il che apre a un dilemma: non sarebbe il caso che il buon Blum si appropriasse eccezionalmente del director’s cut evitando così di replicare imbarazzanti tonfi come ai tempi di Obbligo o verità (2018)? Sarà anche il contrario dei paradigmi del cinema indie, ma almeno potrebbe porre rimedio agli effetti indesiderati di un film che sulla carta suonava semplice e lineare (una donna si vendica dei torti subiti ai tempi della scuola familiarizzando con i figli del nemico) ma che Tate Taylor perde di vista già alla seconda apparizione di Octavia Spencer mentre traffica con i profili Facebook dei nuovi amici (per non parlare dell’ultima inquadratura del film che è quanto di più inutile si possa filmare).

Tolto Blum, in Ma non c’è singolo artista che abbia affinità o dimestichezza tattica con l’horror: la sceneggiatura di Scotty Landes si arena da qualche parte nei meandri creativi e per un istante addirittura riesuma un flash da Carrie ma senza i poteri di Carrie White (i traumatici ricordi della giovane Sue Ann). Landes sente chiaramente di non “vivere” nel paese dei balocchi orrorifici né tantomeno in quelli da psycho thriller lasciando a briglia sciolta un copione zoppicante e banale. Sullo schermo tale noncuranza per i dettagli e per le regole del thriller perfetto si traducono in una storia scombinata, soprattutto nella parte finale, contrassegnata da situazioni e personaggi sciupati o abbandonati a se stessi. Ed è il caso del personaggio di Maggie, emblema della teenager cinematografica americana tipo interpretata da Diana Silvers che vorrebbe affermare il suo “io” ribelle al cospetto di cotanta madre (Juliette Lewis: ne è passato di tempo da Cape Fear e Assassini nati!), senza però che le venga fornito il gergo adatto da chi di dovere, né tantomeno in scena si comporta con la puntuale prontezza di spirito di chi è costretta a fronteggiare una villain come Octavia Spencer. La quale si guadagna un posticino nell’olimpo dei più efficienti killer del grande schermo per intercessione del suo meraviglioso e inquietante paio di occhi, le subdole arguzie social e la distaccata ferocia con cui si sbarazza di chi l’ha resa così.

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