Archivio film Cinema News — 09 Febbraio 2016

Titolo originale: Macbeth
Regia: Justin Kurzel
Sceneggiatura: Justin Kurzel, Todd Louiso, Michael Lesslie
Cast: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Elizabeth Debicki, David Thewlis, Paddy Considine, Jack Reynor, Sean Harris, David Hayman, James Michael Rankin
Musiche: Jed Kurzel
Fotografia: Adam Arkapaw
Montaggio: Chris Dickens
Costumi: Jacqueline Durran
Produzione: See-Saw Films
Distribuzione: Videa Spa
Nazionalità: Uk, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 113’
“La vita è solo un’ombra che cammina”, così parla Macbeth nel quinto atto della tragedia che narra di come, seguendo la profezia di tre streghe e l’incitamento della moglie, il generale protagonista uccise, occupandone così il trono di Scozia, re Duncan e tutti coloro che mettevano a rischio il suo nuovo potere, fino al tragico epilogo in cui la sua sposa tormentata si toglie la vita e la profezia arriva a compimento, portando al suo cospetto, seguito dal bosco di Birnam, un uomo non partorito da donna in grado di ucciderlo e di ripristinare così l’ordine.
I protagonisti di Justin Kurzel sembrano davvero inafferrabili ombre che camminano nell’accuratissima fotografia di Adam Arkapaw, sussurrando fedelissimi versi shakespeariani, lasciandosi incorniciare dalle diverse saturazioni di colori, schiacciare dal dolore, dall’onirismo e dal senso di indecifrabile irrealtà che rende sia loro sia la storia a tratti intangibili per lo spettatore, proprio come ombre proiettate su uno schermo.
Un regista australiano, un attore tedesco e un’attrice francese riportano così nelle sale cinematografiche di tutto il mondo l’ultimo adattamento della tanto inglese quanto universale tragedia shakespeariana del Macbeth, usando la forma e il suono di quel verbo antico come cantore contemporaneo dei disturbi post traumatici che ottenebrano la mente di un guerriero-soldato così come quella di due genitori che hanno perso il figlio.
Una privazione, di maternità e paternità così come di lucidità e umanità, che l’opera di Kurzel denuncia e inscena fin dal principio, scegliendo di aprire il suo Macbeth non, come da tradizione, con la subitanea comparsa delle streghe (che si faranno accompagnare non a caso da una bambina e da un neonato in ogni loro apparizione) bensì con la pira funeraria ardente l’unico figlio della coppia protagonista della tragedia.
Con la terra di Scozia, il regista australiano copre così quel seme, prematuramente spezzato, che genererà le radici della tragedia che seguirà, in cui Lady Macbeth ospiterà solo odio nel suo ventre non più gravido, chiedendo alle forze del male di tramutare in veleno il proprio inutilizzato latte materno per soddisfare la sete di potere stimolata in lei e nel marito dalla profezia delle tre streghe.
Una terra di Scozia che si fa terra universale e atemporale nella misura in cui viene calpestata da soldati (riconducibili a ogni era, anche la nostra) che vedono morire, anche per mano propria, altri soldati. Suolo su cui Kurzel fa scivolare i traumi e le allucinazioni visive che si aprono una strada nella mente del generale Macbeth durante la battaglia iniziale, offrendoli al nostro sguardo con l’indugiare sull’uso del rallenty che ben si presta a catalizzare l’orrore della guerra, la ferocia dei colpi inferti, il terrore che fuoriesce dagli occhi di coloro che sono in lotta ma, soprattutto, lo straniamento del protagonista.
Questi viene tecnicamente isolato dal regista dal contesto bellico che lo circonda, offrendogli una visione solitaria, quasi da fermo immagine, del sovrannaturale che incede tra la morte, quando le streghe si mostrano a lui mentre i soldati, a tratti velocizzati, si uccidono fra loro su un campo di battaglia ricoperto da un tappeto di archi glissati che fanno da controvoce al lamento e alla distorsione mentale.
Il film, cupo e intimista, si gioca tutto su due binari: il reale e il visionario, il chiaro e lo scuro, il bello e il brutto, la possibilità e la messa in atto, la voce in campo e fuoricampo, il turbinio della guerra e l’immobilismo del paesaggio che rimanda a quello della natura umana. I personaggi stessi di Macbeth e della sua Lady sembrano infatti fantasmi inquieti e logorati che si aggirano tra i boschi e lungo le lande nebbiose, archetipi di individui senza tempo, di “peccati” che si perpetuano nei secoli perché uguale rimane la natura umana, fissa come il paesaggio.
Nell’adattamento di Kurzel, che chiuse l’ultima edizione del Festival di Cannes, è difficile distinguere le visioni dal reale, per Macbeth quanto per noi.
Anche quando il generale compie l’omicidio che lo farà diventare re, la scelta registica di ricorrere al montaggio alternato rimanda a noi le sue azioni come se fossero visioni, propositi, ricordi, sempre accompagnate da una dizione fatta di sospiri che ricrea l’idea che tutto rimanga sospeso, tranne il giudizio. L’omicidio è suggellato con un bacio tra i due sposi che unisce tra loro ancora una volta eros e thanatos, mentre di lì a poco dei bambini, davanti alla tenda in cui giace il re morto, per gioco si contenderanno simbolicamente una corona intrecciata coi legni.
Sono dialoghi e monologhi fedeli al testo originale quelli che interpretano e si scambiano Michael Fassbender e Marion Cotillard, restituendo tutta l’intensità della tragedia con il bisbiglio delle loro voci e la fermezza e il patimento dei loro sguardi. Protagonisti che si muovono in principio in interni bui come i complotti, come il loro animo, tra amplessi eccitati più dal luccichio del potere che dai rispettivi corpi, in terre brulle e dai contorni indefiniti. Indefinita sarà anche, nella visione di Kurzel, la foresta della profezia che arriverà a Macbeth sotto forma di cenere trasportata dal vento e generata da quel fuoco che torna sul finale a chiudere il cerchio di morte che si è stretto man mano attorno ai due protagonisti, come si stringerà la macchina da presa sulla figura quasi trasfigurata di Lady Macbeth durante il suo intimistico monologo finale.
Kurzel passa dai campi lunghi sui paesaggi ai primissimi piani sugli attori, seguendo un formalismo estetico che a tratti sembra essere didascalico, in cui la lentezza dei movimenti, la solennità dei toni, la non facile e non sollecitata immedesimazione dello spettatore crea un alone di intangibile non linearità della narrazione in cui ci si ritrova un po’ confusi, smarriti, come se ci si scoprisse essere di fronte a un sogno di cui al risveglio rimane solo la suggestione di un ricordo sommario.
Risulta un esercizio di scarsa utilità mettere a paragone queste trasposizione cinematografica con le altre che lo hanno preceduto. Anche questa volta, infatti, Macbeth risulta essere un’opera già perfettamente confezionata per esprimere un turbamento, lo era stata per Polanski a seguito del brutale assassinio della moglie, per Kurosawa e il suo Giappone medievale e in una certa misura anche per Visconti e il nazismo del suo “La caduta degli dei”.
Anche per Kurzel gli elementi sono già tutti lì, tra i versi shakespeariani dai quali emerge un surreale paesaggio fosco dominato dal senso di morte derivante dalla perdita di un figlio, dall’allontanamento della coppia e dai traumi della guerra, punti di non ritorno che smaterializzano gli eventi insinuando quasi il dubbio su cosa fosse reale, lasciando sul finale personaggi tanto sfocati da sembrare anime dannate che si trascinano sullo sfondo.

 

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