Archivio film Cinema Netflix News — 03 Febbraio 2022

Ha un discreto margine di vantaggio sugli inevitabili confronti con il cinema del passato il Macbeth
di Joel Coen. Prima di interrogarsi infatti se la tragedia visionaria di William Shakespeare meritasse
un nuovo adattamento a sette anni dalla pellicola muscolare e realista di Justin Kurzel con Michael
Fassbender e Marion Cotillard (e a quasi dieci anni dal Macbeth interpretato da Kenneth Branagh al
National Theatre di Londra), o se questa versione debba competere con i leggendari capolavori di
Orson Welles, Akira Kurosawa e Roman Polanski, sarebbe utile un ripasso del cinema dello stesso
Joel Coen e del fratello Ethan. Un prudente intuito cinefilo potrebbe dirci quanto esso sia stato
scortato in passato da ombre shakespeariane in attesa di una più solida consistenza. Tra le ambizioni
di un Johnny Caspar in Crocevia della morte (1990) o del Norville Barnes in Mister Hula Hoop
(1994), nel gioco a rimpiattino sono ammesse apparizioni di ogni sorta come quelle disseminate sul
cammino dei tre galeotti di Fratello, dove sei? (2000) o come il trio di rabbini a cui chiedere
risposte in A Serious Man (2009). La scelta di ricorrere al bianco e nero come ai tempi di L’uomo
che non c’era (2000) è evidentemente tutt’altra faccenda, però è stuzzicante pensare che in anticipo
sulla celebre battuta di Lady Macbeth (“Fallire? Noi? Stringi le corde del tuo coraggio e non
falliremo”) qualcuno, vedi Loren Vesser in Blood Simple – Sangue facile (1984), s’era già espresso
dichiarando che nella giostra della vita qualcosa può sempre andare storto.
Sia quel che sia, il Macbeth di Coen comincia come uno s’aspetta: dalla nebbia emerge il Capitano
(Ralph Ineson) claudicante e ferito ad annunciare al Re Duncan (Brendan Gleeson) la vittoria in
battaglia di Macbeth (Denzel Washington) e del fedele Banquo (Bertie Carvel). Le tre streghe
(incarnate in un solo corpo da Kathryn Hunter) profetizzano a Macbeth che il trono sarà presto suo;
spronato dalla moglie, Lady Macbeth (Frances McDormand), egli abbandona ogni onore e
commette indicibili delitti pur di ottenerlo. Con un cast insuperabile e perfetto come quello scelto da
Joel Coen è possibile fare di tutto. Sullo schermo, il Macbeth di Washington è un soldato fiaccato
che prende militarescamente ordini, prima dando ascolto al mondo soprannaturale poi alle richieste
di Lady Macbeth (“la vile determinazione della moglie”, direbbe Harold Bloom). La sete di sangue
dell’uomo è presto ribaltata consegnandolo alla disperazione e al senso di colpa. Il film di Coen si
nutre dell’immaginazione di Macbeth, e di tutto l’orrore che ne segue, anche se non permette di
distinguere nitidamente le sue fantasticherie (il pugnale sospeso, le foglie della foresta portate dal
vento). Al tempo stesso, Coen quasi ribalta quell’immaginazione fronteggiando il dramma originale
tramite interpretazioni meno teatrali e con eloquio neutro. Talvolta non pone limiti a supposizioni e
scandagli dell’anima. Talvolta tutto è così dannatamente lineare e in ordine che proprio Washington
e McDormand sembrano aver scambiato temperamento e ambizioni dei loro personaggi con un
magnifico esercizio di stile attorico, quindi scarnificando gli aspetti che dovrebbero gravitare
attorno a essi come forza, rabbia e follia.
Quindi si passa dai convenevoli all’ammirazione vera e propria. Le scelte visive di Coen nel suo
Macbeth (o The Tragedy of Macbeth se volessimo sfoggiare il titolo inglese) guardano chiaramente
a Kurosawa e Welles con un ritaglio dello schermo che omaggia il cinema anni ’30 e ’40. Un
formato che dovrebbe quasi ripararci dalle tentazioni del grande spettacolo o dall’invadenza dei
colori del film di Polanski. Il bianco e nero di Bruno Delbonnel è certamente più di una raffinata
opzione artistica: è un deliberato atto di glaciazione da far calare sulla scena e su tutti i personaggi,
così abilmente disposti come statuine su un palcoscenico grigio e geometricamente allettante, tra

lunghi corridoi, stanze spoglie e pinnacoli espressionisti dovuti alle strepitose scenografie di Stefan
Dechant. Il regno di Macbeth è una nazione a parte del dramma che proviene da un luogo distante,
privo di contorni geografici e avvolto da una nebbia bianca così fitta che da essa cose e persone
escono o entrano come dietro un lattiginoso sipario oltre la scena principale. Stupendo artificio per
contenere lo sguardo all’interno di quel riquadro, fisso sulla graduale perdita di umanità di Macbeth, lasciando germogliare i temi ovvi e sempre attuali di questa tragedia: il desiderio del potere e la follia che troppo potere spesso genera negli individui.

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