Archivio film Cinema News — 28 maggio 2015

Titolo originale: Mad Max – Fury Road

Regia: George Miller

Soggetto: George Miller, Byron Kennedy

Sceneggiatura: George Miller, Nick Lathorius, Brendan McCarthy,

Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Hugh Keays-Byrne, Nicholas Hoult

Fotografia: John Seale

Montaggio: Jason Ballantine, Margaret Sixel

Musiche: Junkie XL

Produzione: Kennedy Miller Production, Village Roadshow Pictures

Distribuzione: Warner Bros

Nazionalità: Australia, USA

Anno: 2015

Durata: 120 min.

In un futuro post-apocalittico la Terra è ridotta a un deserto arido a causa di uno sconvolgimento nucleare. La civiltà è semplicemente scomparsa e vige la legge del più forte. Max si sposta solitario a bordo della sua automobile in questo mondo devastato, perseguitato dai fantasmi dei suoi familiari che non è riuscito a salvare dalla furia della violenza. Un giorno, mentre sta sostando su un dirupo, viene colto di sorpresa dall’arrivo dei Figli di Guerra, un’armata di combattenti capeggiata dal malvagio Immortan Joe, che lo inseguono, lo fanno capottare con l’auto e lo rapiscono. Max viene così imprigionato e usato come “sacca ambulante” di sangue per il giovane, ma già malato, guerriero Nux. Nel frattempo, dalla cittadella militare dei Figli della Guerra, l’Imperatrice Furiosa esce con la gigantesca autocisterna blindata, scortata da alcuni guerriglieri, per andare a fare rifornimento di carburante a Gas Town. La donna, però, cambia improvvisamente direzione, dirottando il convoglio verso la meta che si era prefissata, ovvero le Terre Verdi, la sua terra d’origine dalla quale fu prelevata con la forza da piccola. Un vero e proprio ammutinamento aggravato dal fatto che Furiosa ha deciso di salvare, facendole evadere e portandole con sé, le quattro generatrici, ragazze bellissime tenute prigioniere e “utilizzate” per la procreazione del malvagio Immortan. Inizia così l’inseguimento dei Figli di Guerra, compreso il malato Nux che si porterà dietro il povero Max come sacca per il sangue, legato al cofano dell’automobile. A un certo punto però i protagonisti si imbattono in una tremenda tempesta di sabbia nella quale molti perdono la vita. Al termine del disastro Max è ancora vivo. Si alza in piedi e vede di fronte a sé Furiosa…

Con Mad Max – Fury Road, George Miler fa risorgere dalle ceneri (e dalla polvere) Max Rockatansky, il personaggio che contribuì più di tutti alla sua notorietà come regista in tutto il mondo, e che lanciò definitivamente un giovanissimo e sconosciuto Mel Gibson nello star system internazionale. Un tam tam mediatico fatto di indiscrezioni, immagini rubate e trailer mozzafiato ha anticipato l’uscita col botto di un film il cui ritorno, a quanto pare, in moltissimi aspettavano con speranza e trepidazione, come si può evincere anche dall’accoglienza trionfale all’ultimo Festival di Cannes.
Come più volte sottolineato dallo stesso Miller, Fury Road è una rivisitazione dell’immaginario legato alla trilogia dedicata al Guerriero della strada. Per cui chi in questi giorni sta storcendo il naso di fronte all’eventuale mancanza di continuità filologica ed estetica con i capitoli precedenti (troppi effetti speciali… troppo ben confezionato…) dovrebbe fare un passo indietro e riflettere con serietà su questa epopea post-atomica partorita dal regista australiano ormai 36 anni fa. Si dovrebbe riflettere innanzitutto sul fatto che non c’è mai stata una vera e propria continuità tra i film della saga (altra dichiarazione di Miller), tenuti insieme forse unicamente dalla presenza di Max, il protagonista che, più che un personaggio reale, diventa la rappresentazione corporea di un’emanazione, di uno spirito evocato ogni volta che se ne pronuncia il nome. D’altronde, i capitoli di questa involontaria epopea sono da intendersi come compartimenti stagni anche dal punto di vista del genere a cui ognuno di loro si rifà. Il primo, Interceptor – Mad Max (1979), racchiude in sé soprattutto gli elementi tipici degli action-thriller di quegli anni – come Duel (id. 1971) o i successivi Terminator (id. 1981) e Cobra (id. 1986) – che fanno emergere una visione del mondo pre-apocalittica in cui i segni di una probabile distruzione totale iniziano ad intravvedersi, e in cui la violenza soggiace e accompagna le vicende senza mai esplodere definitivamente, con il conseguente effetto di produrre una tensione ansiogena costante. Il secondo capitolo, Mad Max – Il guerriero della strada, dà ampio spazio a una violenza ormai priva di ogni tensione generatrice, ma tuttavia elevata al rango di unica spinta alle azioni e alle relazioni tra gli uomini, con un chiaro omaggio alle selvagge ambientazioni senza punti di riferimento tipiche degli spaghetti western alla Leone, con protagonisti senza pietà che parlano attraverso sguardi e gesti, più che con le parole. E infine il terzo capitolo, Mad Max – Oltre la sfera del tuono (1985), forse l’unico che può essere inserito completamente nel genere “fantascienza”, carico di quel sensazionalismo spettacolare che molte pellicole del genere si portavano dietro dagli anni ’80 – come Alba d’acciaio (Stealing Dawn, 1987), Giochi di morte (The Blood of Heroes, 1990) e Waterworld (id., 1995) – e che in quegli anni aveva generato lo stesso tipo di critiche rivolte oggi a Fury Road (troppo hollywoodiano, troppe star, travisato lo spirito originale dell’opera…).
Mad Max – Fury Road non ha continuità con gli altri film e questo è paradossalmente un primo elemento coerente con lo spirito dell’opera. Intanto il genere: certamente un action-movie dai ritmi frenetici (quasi affannosi), ma questa volta con più di un riferimento al genere horror anni ’70 – protagonista di alcuni celebri remake come nel caso di Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes, 1977/2006) o Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre, 1977/2003) – e con alcune soluzioni estetiche che ricordano molto lo stile di Aronofsky in Il cigno nero (The Black Swan, 2010) o Noah (id. 2014) – come nel caso dell’inquietante bambina fantasma che perseguita i sogni di Max. Eppure, forse data l’età del regista, il quarto capitolo della saga sembra quasi un affettuoso commiato di Miller a quello che è stato il suo film più celebre, proprio per l’attenzione con la quale diversi elementi stilistici (e anche extra-diegetici) sono stati inseriti qua e là nell’opera, facendo di quest’ultimo capitolo uno dei più piacevoli e funzionali esempi di autocitazionismo al cinema: intanto la V8 Interceptor – la celeberrima automobile di Max – che compare per pochissimo nel film, quasi un cammeo per omaggiare i primi due capitoli dell’opera (nel terzo era trainata da cammelli); la presenza di attori australiani e, in primis, di una stagionata eppur sempre bellissima Megan Gale; sempre parlando di attori, non si può non citare Hugh Keays-Byrne – il terrificante Immortan Joe – che compariva anche nel primo capitolo della saga, interpretando anche lì il nemico principale, ovvero Toecutter. Tornano elementi apparentemente insignificanti come il carillon che una delle generatrici suona sull’autocisterna blindata durante un inseguimento, proprio come faceva uno della tribù dei bambini selvaggi in Mad Max – Oltre la sfera del tuono. E a tornare è anche una tecnica di ripresa che, se nei primi capitoli della saga era dettata da un’esigenza in termini economici, in Fury Road diventa di nuovo una citazione, per di più carica di ironia: mi riferisco all’accelerazione dello scorrimento della pellicola per aumentare la percezione della velocità. Rivedendo i primi due capitoli si capisce come l’accelerazione fosse utilizzata per aumentare la velocità stessa dei veicoli nelle scene d’azione – con lo spiacevole effetto di avvicinarle pericolosamente alle gag comiche dei film muti. In Fury Road invece – presente per esempio nel tentativo di fuga di Max dai sotterranei, appena dopo essere stato catturato dai Figli di Guerra – diventa una sorta di rassicurazione da parte del regista, la garanzia allo spettatore che quello in cui è immerso è, sì, un Mad Max più spettacolare e dispendioso, ma che comunque non ha dimenticato le sue origini “povere” e “rustiche”.
Mad Max – Fury Road non è quindi solo una rivisitazione, ma forse è proprio la rappresentazione di tutte le parti migliori di questa saga iniziata ormai quasi quarant’anni fa e che non sembra aver perso il suo potere suggestivo – vuoi per la continuità registica; vuoi perché, forse, siamo in un periodo storico in cui, proprio come 36 anni fa, non è così difficile immaginarsi un destino apocalittico per questo mondo.
Da sottolineare l’efficacia di Tom Hardy come nuovo Mad Max (e chi dice che parla troppo poco vada a cronometrarsi il minutaggio dei dialoghi di Mel Gibson), ma soprattutto la perfetta e struggente interpretazione di Charlize Theron nei panni di Furiosa, incarnante il vero spirito malinconico della pellicola che, in un inquietante gioco meta-cinematografico, non può fare a meno di confrontarsi ogni istante con la sua dolorosa storia passata.

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