Cinema News — 04 giugno 2014

Titolo: Maleficent
Regia: Robert Stromberg
Soggetto: basato sul film scritto da Joe Rinaldi, Winston Hibler, Bill Peet, Ted Sears, Ralph Wright, Milt Banta
Sceneggiatura: Linda Woolverton
Fotografia: Dean Semler
Montaggio: Chrsi Lebenzon, Richard Pearson
Scenografia: Dylan Cole, Gary Freeman
Costumi: Anna B. Sheppard
Musiche: James Newton Howard
Cast: Angelina Jolie, Elle Fanning, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton, Juno Temple
Produzione: Roth Films, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney
Nazionalità: USA
Anno: 2014
Durata: 97 minuti

Maleficent, il film della Disney con Angelina Jolie che rilegge La bella addormentata nel bosco, è un film di cerniera, che segna definitivamente l’aggiornamento della fiaba in chiave contemporanea, ulteriormente rinnovata per entrare nella fase post burtoniana. Infatti, dopo anni di originali rivisitazioni nella scia dell’immaginario di Tim Burton, la favola rivisitata sembra aver trovato un nuovo corso. Una direzione inedita, che condensa varie suggestioni, che provengono dal cinema dei supereroi, dal nuovo immaginario virtuale-tecnologico, e anche dal desiderio di rendere omaggio ai classici del cinema, assecondando una poetica squisitamente postmoderna.
Partendo dalle conclusioni, possiamo infatti affermare che Angelina Jolie, una delle “villain” meglio cesellate degli ultimi anni, ricorda una delle supereroine della Marvel – la  Vedova Nera piuttosto che Lady Dorma -, ma ha nel suo modo di porsi anche qualcosa di Norma Desmond del Viale del tramonto, e, soprattutto, si muove in un contesto digitalizzato alla Avatar. Un ambiente che influenza profondamente Maleficent, un mondo osmotico in continua trasformazione che si relaziona costantemente con il personaggio. Un décor vivente come quelli che Robert Stromberg, il regista, ha creato nella sua precedente vita di scenografo di film come Avatar, Alice in Wonderland, Il grande e potente Oz.
Grande professionista degli effetti visivi (Il labirinto del fauno, Pirati dei Caraibi- AI confini del mondo, Men in Black II, giusto per citare qualche film), Stromberg in Maleficent sembra guardare soprattutto a Avatar di James Cameron, vero spartiacque per l’immaginario del nuovo millennio.
Avatar, un film che ha segnato lo stato dell’arte della cultura cinematografica digitale e che ha anche scavato un solco profondo nell’ambito del virtuale, creando un confine netto tra il pre-Avatar, dove si situano per esempio Second Life e i mondi virtuali di prima generazione, e il post-Avatar, con i film di Nolan e dei Wachowski e con Oculus Rift.
Robert Stromberg ha firmato le scenografie di Avatar, e questa esperienza ha influenzato notevolmente Maleficent, il reboot de La bella addormentata nel bosco, con cui la Disney rilegge coraggiosamente uno dei suoi classici più fortunati.
E’ passato più di mezzo secolo dall’uscita di quel film, inequivocabilmente legato allo stile degli anni ’50. E Stromberg nella sua operazione di rilettura, pare guardare proprio agli anni ’50 della Bella addormentata originale, creando un film noir in cui la Jolie si presta con maestria a porsi come una nuova Gloria Swanson, mostrandosi sempre convincente e traguardando l’ironia surreale alla Tim Burton, per creare qualcosa di assolutamente diverso.
Burton aveva portato le fiabe verso i territori di un elegantissimo Kitsch d’autore, esasperandole, sottraendole all’ambito della classicità da autorevole librone da “C’era una volta”, con copertina in pelle e pagine istoriate. Burton, grande ispiratore della fiaba cinematografica contemporanea, punta sempre su un’idea di scherzo, di lucida follia. Una cifra stilistica di alto profilo, che ha segnato un’intera generazione, che però è molto legata agli anni ’80 e ’90, così come la Golden Age delle fiabe Disney si stempera alla fine degli anni ’50.
Stromberg invece – facendo naturalmente riferimento a Cameron di Avatar – si è avventurato nel campo della favola techno-noir, che appare più neutra, meno incline alla farsa d’autore, in poche parole più classica.
E’ questa la forza di Maleficent, un film glamour e spettacolare che paradossalmente procede per sottrazione. Dietro tutto l’imponente apparato di scenografie, effetti speciali, costumi e roboanti scene di battaglia, Maleficent è, paradossalmente, un film minimalista.
Lo è a partire dal titolo, che parla il linguaggio dello spin-off e sposta l’attenzione dalla protagonista della fiaba Aurora, ovvero la bella addormentata, alla comprimaria, Malefica, appunto.
E in questo modo sposta anche il centro da un’idea complessa e onnicomprensiva di fiaba a un solo personaggio protagonista.
Nel condurre questa operazione Stromberg non sacrifica nulla della storia, che viene raccontata con cura e con dovizia di particolari, ma che in ogni caso è trattata come una sottotrama, rovesciando il procedimento usuale e focalizzandosi sulla psicologia della protagonista. La storia principale infatti è quella di Malefica, vista come una sintesi del girl power cinematografico, plasmata da Angelina Jolie come una complessa sintesi di donne straordinarie molto diverse tra loro, da Alice (intesa come la protagonista di Resident Evil) a Carrie White, passando per i ragazzi del Villaggio dei dannati. Personaggio estremamente sfaccettato e complesso, Malefica, questa inaspettata Norma Desmond postmoderna, è assillata da pensieri e da sensi di colpa, ma il suo cruccio, aldilà delle ovvie problematiche connaturate alla storia, è di essere una donna estremamente contemporanea relegata in una fiaba d’altri tempi.
Eroina glamour come quelle che combattono con Thor e I fantastici quattro, Angelina Jolie nel suo one-woman show riesce perfettamente a dar conto del disagio esistenziale del suo personaggio, troppo moderno per un’epoca persa nelle latitudini del sogno. E qui affiora il profondo minimalismo del film, che punta su un’analisi attenta del senso di estraneità della protagonista, isolata in un mondo troppo esuberante e forse troppo complesso.
La Maleficent di Angelina Jolie, semplice nella sua ricercatezza, è parente prossima dei personaggi ritratti da Pierre et Gilles e Da David LaChapelle, si impone immediatamente come un’eroina glamour, è una signora d’altri tempi. Ma non di quelli passati: la sua sensibilità e il suo stile sono quelli del XXI secolo, seppure sia imprigionata in un pesante apparato scenico di gusto romantico. Maleficent/Angelina, che vive in un’epoca che non è la sua, prima ancora di essere una fata, è una donna. Una donna che segna la terza fase della rilettura cinematografica dell’universo della fiaba, rivisitata con un’inedita sfumatura di noir.

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