Cinema News — 02 gennaio 2013

Alzi la mano chi, almeno per un istante, non ha provato un brivido alla notizia del rifacimento di Maniac: il film di William Lustig, datato 1980, è così intrinsecamente legato a un momento storico, a un decennio, a un pensiero di cinema così lontano da non poter fare a meno di rifiutare aprioristicamente qualsiasi tentativo di sfruttamento commerciale. Il pensiero di trovare Elijah Wood al posto del compianto Joe Spinell, poi, sembrava davvero il colpo di grazia: ebbene, detto senza mezzi termini, qualsiasi pregiudizio dinanzi a Maniac 2012 è crollato come un castello di carte. Il film di Franck Khalfoun è quindi un raro esempio di remake che non cannibalizza l’originale, bensì lo utilizza come punto di partenza per proiettare il proprio sguardo altrove: in termini spaziali (da New York a Los Angeles) e temporali, ma soprattutto umani. Senza mai tradire lo spirito sporco e malsano dell’originale (e questo è già di per sé un miracolo), Khalfoun sostituisce l’aspetto sgradevole e laido di Spinell con quello bello e piacente di Wood, facendo del suo film un’insperata riflessione sull’impossibilità di colmare un divario, fisico e spirituale, tra le persone. Nell’epoca di internet, delle chat e degli incontri on line, dove qualsiasi distanza viene azzerata a colpi di click, l’incomunicabilità tra i corpi (e non soltanto delle persone) emerge in maniera ancora più dirompente, essendo il protagonista un ragazzo giovane e potenzialmente di successo.

Se la sceneggiatura (di Alexandre Aja e Grègory Levasseur) si dimostra sostanzialmente fedele a quella del 1980, il vero scarto risiede nella messa in scena: tutto il film è una continua soggettiva di Elijah Wood, il quale viene visto solamente attraverso i riflessi degli specchi, delle vetrine e delle automobili; in questo modo Khalfoun riesce ad ottenere una profondità di campo che non si trasforma mai in esercizio di stile, ma che anzi trasforma la pellicola in un incubo tridimensionale nel quale lo spettatore si ritrova immedesimato e intrappolato. Complice la straordinaria fotografia di Maxime Alexandre (oltre a un’eccellente colonna sonora), Maniac si può quasi considerare alla stregua di un film in 3D, che non ha bisogno di occhialini per rappresentare e raccontare un mondo sull’orlo del collasso: un incubo sulla contemporaneità e le sue solitudini, che utilizza gli stilemi del genere per mettere in scena un Orrore che riguarda tutti. Uno slasher sull’impossibilità di un contatto umano, dove la felicità è una chimera e tutti si trasformano in manichini senza anima né personalità: che un horror, oggi, riesca ancora a parlare di cose simili, non è affatto cosa da poco.

VOTO: 8

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