Archivio film Cinema News — 13 novembre 2013

In concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, Manto Acuífero è il secondo lungometraggio di Michael Rowe, già vincitore della Caméra d’Or a Cannes nel 2010 con la sua opera prima Año Bisesto.
Macchina da presa ad altezza bambino, inquadrature lunghe e fisse da cui i personaggi entrano ed escono, il film è ricco di silenzi densi e pesanti in cui si percepisce l’eco della solitudine della piccola protagonista Caro, una ragazzina che cerca di ambientarsi nella nuova casa dove vive con la madre e il compagno di lei Felipe. Dietro l’abitazione, un caotico e malandato giardino risveglia la curiosità della bambina, che si lascia affascinare dai minuscoli e numerosi insetti scovati tra le piante. Passione, questa, ereditata dal padre entomologo, di cui sente profondamente la mancanza. Caro infatti non si rassegna all’idea che da ora in poi Felipe sarà il suo nuovo papà, come le dice la madre, e spaesata e delusa si chiude in se stessa. Ma oltre che dai singolari insetti e dalle buffe galline del pollaio, la ragazzina è attratta e affascinata dal grande pozzo asciutto in fondo al giardino, da cui Felipe le ha bruscamente ordinato di tenersi lontana. Tuttavia, appurato che lì in fondo non si nascondono mostri, Caro inizia a pensare che quel luogo oscuro e segreto possa trasformarsi in un accogliente rifugio dove cullarsi nei bei ricordi e immaginare che le cose siano migliori di come sembrano.
Michael Rowe rivela un’indiscussa capacità di penetrare e raccontare i misteri dell’infanzia con sensibilità e delicatezza. La dilatazione narrativa è funzionale a una descrizione quasi minimale della quotidianità della protagonista; attraverso gli occhi di lei la natura sembra un mondo magico, pronto a stupire e divertire; l’assenza del padre un evento inspiegabile, incomprensibile, vissuto come un’imposizione ingiusta e dolorosa; Felipe diventa poi un illegittimo usurpatore del ruolo paterno, e i litigi tra lui e la madre – di cui Caro carpisce brandelli di frasi urlate attraverso il muro – il segno inequivocabile della sua ostilità.
Del resto, i tentativi di Felipe di avvicinarsi alla bambina appaiono forzati, mai veramente sentiti. Offuscato dalla gelosia e dalla rabbia, l’uomo non sopporta neppure che Caro tenga in camera le foto del padre. Neanche la dolcezza e l’affetto materno bastano a strappare la ragazzina al suo isolamento e alla sua tristezza, poiché non sono accompagnati, di fatto, da un reale e coscienzioso tentativo di scavare sotto la superficie delle cose per affrontare e comprendere i problemi.
Più che il ritratto di una famiglia dall’equilibrio precario, Michael Rowe descrive la discrepanza e lo scarto incolmabile tra due mondi – quello dell’infanzia e quello degli adulti – che a volte sembrano essere intrinsecamente inconciliabili. E lo fa con estrema naturalezza, sovrapponendo alla perfezione forma e sostanza, facendo cioè dello stile adottato una diretta conseguenza dell’idea che le immagini vogliono esprimere, identificando (metaforicamente e praticamente) il punto di vista della macchina da presa con quello di Caro, con un’operazione essenziale ed elegante quanto efficace.

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