Cinema News — 20 marzo 2014

La letteratura si è più volte messa alla prova sul tema del doppio, la filosofia ha da più parti, e “da più tempi”, sollevato l’interrogativo sulla consistenza, o meno, di una distinzione tra la mente e il corpo che la conterrebbe.
Marina de Van cammina sinuosa e sfrontata tra le mura di quel wellesiano labirinto di specchi costruito attorno all’uomo da questi frazionamenti dell’essere umano, proiettando su di esse la sua visione interiorizzata di cinema e la forma indipendente che pensa spettare rispettivamente alla mente e al corpo a essa esterno, “altro”. Marina de Van fa tutto questo sulla base del sodalizio con François Ozon (che l’ha definita il suo doppio femminile, rieccolo) e scindendo se stessa nelle plurime vesti di regista, sceneggiatrice e attrice.
Interno. Questa la dimensione in cui si muove. L’interno prediletto dei luoghi delle riprese, quello dell’anima, o meglio, della personalità, della propria coscienza e del proprio inconscio, alcova delle proprie capacità, dei propri doni nascosti e, su tutto: del proprio corpo. È tutto lì, dentro di noi, dentro la mente di questa sorprendente regista francese, nelle sue inquadrature che non tagliano fuori campo gli elementi più forti, senza donarli all’immaginario ma servendoli all’occhio dello spettatore. È tutto, per il momento, racchiuso in modo particolare in due pellicole che portano la sua firma: Dans ma peau e Dark Touch.
Due storie diverse che deviano però in entrambi i casi lo sguardo dello spettatore nell’intimità delle due protagoniste.
È l’interno della mente e delle sue potenzialità, quella di Neve, bambina dai poteri telecinetici che in Dark Touch è solo all’apparenza la dispensatrice del tocco oscuro del titolo che è in realtà premuto dalle violenze domestiche che lei, come gli altri suoi coetanei, subisce dai genitori. L’interno della famiglia, dove si scatena e si abbatte allo schiocco di una cinghia la mano pesante dell’adulto, punito dai poteri telecinetici di questa bambina che da principio sembra calata passivamente in una storia quasi demoniaca e dove invece il vero demone si scopre essere la violenza subita, ed emulata dagli altri bambini come per un tocco contagioso, dove alle punizioni extrasensoriali che riportano alla Carrie di De Palma si affiancano come attori protagonisti bambini riconducibili a Il villaggio dei dannati.
È l’interno del nostro corpo, quello che Esther, in Dans ma peau, scopre e impara ad amare avidamente dopo averlo accidentalmente ferito, scarnificandosi, senza accorgersene o provare dolore, la pelle di una gamba, come quella rottasi dalla de Van bambina e da lei allora avvertita come appartenente a qualcun altro, dando così il via a quel dualismo che l’avrebbe accompagnata fino ad oggi.
Dal momento dell’incidente Esther scopre infatti il proprio corpo, avvertendolo come un contenitore nella nuova ottica di scissione tra esso e se stessa, come materia da cui scaturiscono sensazioni e di cui ci si può cibare: mente e corpo a sé stanti, dove la prima arriva a non riconoscere il secondo, prima istintivamente poi in modo allucinato (anche un medico le chiederà se sia sicura che quella gamba martoriata sia la sua).
In questa nuova se stessa che Esther scopre dopo essersi ferita, la donna proverà un irrefrenabile impulso verso un autolesionismo che arriverà a sfociare in una sorta di autoerotismo praticato con l’autofagia in camere di motel dove la “coppia” in incognito è formata da Esther individuo ed Esther corpo.
La donna s’inciderà, scaverà ferite già profonde, ritaglierà su se stessa lembi di pelle che in parte divorerà, in parte concerà. Realizzerà scatti fotografici sezionando così il suo corpo sulla pellicola e lo farà sezionandolo contemporaneamente e ulteriormente con il ricorso allo split screen, donandoci un disgregato collage ematico, carnale e psicologico non più ricomponibile, in una dimensione in cui l’interno, la mente, ha divorato il corpo; la diegesi filmica la pellicola; Esther Marina de Van.
Dans ma peau significa letteralmente nella mia pelle e figurativamente nei miei panni, al posto mio. Si torna sempre all’interno, è nella sua pelle, nella sua carne che Esther trova se stessa, è lì che vuole entrare con le lame, con i denti, è da lì che vuole uscire, far scaturire se stessa e, allo steso tempo, replicare in tale espressione la propria scissione: quella tra la donna ferma al proprio posto sociale e familiare ma contemporaneamente ferma davanti a tutto ciò, come se ci fosse qualcun altro nei suoi panni, come se si trovasse di fronte alla proiezione della vita di un’altra (di una doppia Veronica). Il suo corpo diventa qualcosa che indossa.
La sua percezione, definitivamente scissa dalla realtà, taglia il proprio cordone ombelicale durante una cena di lavoro, quando di fronte al qualunquismo dei commensali Esther sente di non avere più il controllo del proprio braccio, che agisce per conto proprio, come in un’indisciplinata regressione infantile, fino a staccarsi, conducendola lontana da tutti e attorniandola dell’unica e ridondante compagnia di cui necessita: se stessa.
Grazie a una regia che non “dimentica” di inserire in campo ogni particolare, senza commenti musicali e concedendogli tutto il tempo di cui necessita, il dans ma peau diventa dans ta peau, dove il ta  è riferibile allo spettatore che non potrà non sentire sulla propria pelle la fredda incisione delle lame mischiata al caldo ferroso del sangue, davanti a un cinema che si ciba di se stesso.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.