Cinema News — 29 dicembre 2012

TITOLO: Melancholia

ANNO: 2011

DURATA: 130 minuti

GENERE: Drammatico

REGIA: Lars Von Trier

CAST: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Alexander Skarsgard

TRAMA

Il pianeta Melancholia sta per schiantarsi sulla Terra. L’avvicinarsi della catastrofe comincia ad avere effetti imprevisti su due sorelle. Justine (Kirsten Dunst) è rassegnata alla fine del mondo: subito dopo il matrimonio con Michael (Alexander Skarsgard) cade in uno stato melanconico, buttando all’aria vita di coppia e carriera. Claire (Charlotte Gainsbourg) è terrorizzata per la minaccia che incombe dallo spazio: incapace di accettare il proprio destino, incita la sorella a riprendersi e a reagire.

RECENSIONE

Diciamolo subito: questo non è un film di fantascienza. È una metafora, duplice: della fine del mondo e di una malattia – la depressione – che per chi la subisce e per le loro famiglie è in tutto e per tutto la fine del mondo. Non è facile separare i due piani di lettura, perché il regista – che parla per esperienza, avendo egli sofferto di questa malattia – ci porta in un viaggio allegorico:  così come non sembra esserci scampo (a causa dell’imminente tragedia) per il genere umano, non c’è scampo da una malattia che affligge (spesso in maniera silente) molti esseri umani. Il parallelismo allegorico della fine del mondo è servito, e il suo spettro, come lo spettro della depressione, si uniscono in un’unica cosa e in un unico concetto materiale: Melancholia.

Il pianeta sembra giocare una danza della morte con la Terra che rende la fine incerta. In maniera analoga, la depressione – che erode vita e vitalità della persona che ne soffre – è una malattia incostante che scompare e torna senza sintomi evidenti. In entrambi i casi tutto diventa un’attesa per la morte o la vita stessa, e lo stesso film si rende attesa, nella sua più totale assenza di ritmo, nell’alternarsi delle sue inquadrature a momenti nevrotiche, a momenti rassegnate, che ben rappresentano le due sorelle.

Anche i personaggi rappresentano i diversi modi di affrontare prima l’incertezza e poi l’inevitabile verità. C’è chi la nega, chi la ignora – per mancanza di conoscenza o per egoismo -, chi la accetta e chi non riesce a conviverci. In ogni caso tutti dovranno soccombere a Melancholia, come il regista rende chiaro fin dall’inizio: la fine è nota sin da subito, non c’è speranza. Una decisione voluta per non creare nessun pathos e nessuna aspettativa, per costringere a soffermarsi sui personaggi, sul loro percorso interiore e sulle loro reazioni emotive.

Il film è di una bellezza geniale, ma per pochi. L’emotività espressa, le metafore visive, i silenzi ancora più che i dialoghi, gli sguardi, contribuiscono a creare un film che è uno stato mentale e il cui unico difetto è quello di assomigliare troppo ad un film di Tarkovsky.

LA FRASE

La vita è solo sulla Terra. E non dura così a lungo. (Justine)

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 8

Giovanni Stoto

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