Archivio film Cinema News — 19 Febbraio 2020

Titolo: Memorie di un assassino (Sarinui chueok)

Regia: Bong Joon-ho

Soggetto originale: Kim Gwang-rim

Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Shim Sung-bo

Cast: Song Kang-ho (detective Park), Kim Sang-kyung (detective Seo), Kim Rwe-ha (detective Cho), Koh Seo-hee (agente di polizia Kwon), Park Noh-sik (il figlio ritardato della famiglia Baek), Ryu Tae-ho (il maniaco sessuale Chio), Park Hae-il (il sospettato Park), Jeon Mi-seon (la fidanzata Kwok dell’ispettore Park)

Scenografia: Ryu Sung-hee

Fotografia: Kim Hyung-ku

Musica: Iwashiro Taro

Montaggio: Kim Sun-min

Costumi: Kim Yoo-sun

Produzione: Kim Moo-ryung

Produttore esecutivo: Lee Kang-bok, Tcha Seung-jae

Nazionalità: Corea del Sud

Anno: 2003

Durata: 131 minuti

Complice la Palma d’Oro a Cannes 2019 di Parasite, il distributore Academy Two ha pensato di proporre al pubblico italiano un’altra perla del regista sudcoreano Bong Joon-ho. Si tratta di Memorie di un assassino, che risale al 2003 e che in Italia è stato visto solo al Torino Film Festival. Con un tempismo perfetto, questo film esce ora nelle sale italiane subito dopo il trionfo agli Oscar di Parasite.

Tra il 1986 e il 1991, in un paesino di campagna fuori Seul un serial killer stuprò e uccise dieci donne, facendo letteralmente impazzire la polizia. La vicenda fu un clamoroso smacco per le forze dell’ordine che per anni brancolarono nel buio, senza riuscire ad avere uno straccio di indizio che portasse all’assassino. Quest’ultimo interruppe la catena degli omicidi per scelta sua, e certo non per timore della caccia che gli stava dando la polizia.

Memorie di un assassino, ispirato a questa storia realmente accaduta, si apre con il ritrovamento del corpo di una giovane donna, in un canale di scolo adiacente una risaia. A indagare è chiamata una squadra di detective locali le cui punte di diamante sono Park (l’ottimo attore Song Kang-ho, che in Parasite è il padre della famiglia di approfittatori, già presente in Mr.Vendetta di Park Chan-wook) e il suo socio Cho. La coppia pensa di poter scovare qualsiasi colpevole arrestando e riempiendo di botte il sospettato di turno fino a estorcergli una confessione. In particolare, Park è convinto di avere poteri magici che gli consentono di capire se una persona sia colpevole fissandola negli occhi. Sbruffoni e incompetenti, i due pensano di risolvere velocemente il caso anche questa volta. I loro sospetti cadono su un giovane ritardato, Baek, che provava un’innocente attrazione per la vittima. Un capro espiatorio perfetto: sotto tortura, il ragazzo confessa il delitto. Non è convinto della sua colpevolezza il detective Seo di Seul, che giunge sul posto per dare man forte alla squadra. Fra Park e Cho scatta una forte rivalità che si ammorbidisce solo con il passare del tempo.

Mentre la polizia tenta di rimediare alla sua brutta figura, il serial killer continua colpire, sotto gli occhi impotenti degli agenti, sempre più frustrati. Gli elementi a cui appigliarsi sono minimi: l’assassino predilige colpire durante le notti di pioggia, e sembra attratto dal colore rosso degli abiti. Sia Park, sia Seo arrancano su piste sbagliate. Un maniaco sessuale del paese e un giovane impiegato, apparentemente colpevoli, si rivelano poi innocenti. Il vero assassino – un pervertito che uccide sadicamente le sue vittime – è una mente diabolica, decisamente più abile dei poliziotti, che non riusciranno a incastrarlo.

Memorie di un assassino è un capolavoro: un autentico tuffo in un’atmosfera da metà anni Ottanta, con un Song Kang-ho che incarna perfettamente il poliziotto di campagna, volenteroso ma inadeguato, buono solo per agguantare qualche ladruncolo o per sedare una rissa fra ubriachi. Il serial killer, che è il protagonista ombra del film, è una tipologia di assassino che va oltre le capacità di comprensione degli agenti locali, non abituati a rapportarsi a un criminale spietato e intelligente. Bong Joon-ho evidenzia le pecche della polizia coreana dell’epoca: l’uso routinario della tortura, l’incapacità di gestire in modo scientifico la scena del delitto, il maschilismo becero che emerge dai modi in cui è trattata l’unica donna della squadra e l’assenza di qualsiasi rispetto della privacy nei confronti dei corpi martoriati delle vittime. I protagonisti, con le loro ottusità, fanno sorridere e svelano l’intento reale del regista, che è quello di mostrarci degli investigatori dal volto umano, reali, molto coreani e lontani anni luce dai detective azzimati da telefilm americano.

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